I borghi medievali di Venzone e Gemona furono ricomposti.
Rispettarono le fisionomie della tradizione perché mantennero le volumetrie, la dimensione e lo stile dei manufatti
originali. Il rifacimento è percepibile, ma è accettabile per la cura con cui è stato condotto. Non può infatti
dirsi “falso storico” un complesso
edilizio le cui pietre, numerate e sistemate al proprio posto, sono quelle originali.
Il duomo di Gemona inoltre racconta in termini drammatici la contraddizione tra
antico e rifatto: al di fuori ostenta
una facciata gotica perfettamente rifinita
con l’imponente san Cristoforo che
guarda ancora la medievale “via da
carri”, all’interno le colonne della
chiesa tra loro irregolarmente inclinate evocano le torsioni e i sussulti
impressi dalle spinte sismiche.
I castelli di Tricesimo, Cassacco, Colloredo, la
fortezza di Osoppo, ma anche le chiesette di Sant’Agnese e di Ognissanti a
Ospedaletto, l’Abbazia di Moggio scandiscono nuovamente i paesaggi che il
terremoto aveva sconvolto.
Restauri di segni importanti non riguardarono soltanto
l’area disastrata, ma - per esempio - anche la città di Udine. Il castello, la chiesa
di Santa Maria, la casa della Contadinanza, il palazzo patriarcale, la basilica
delle Grazie furono risistemati e consolidati. Il duomo di Spilimbergo, il
tempietto longobardo di Cividale, la chiesa di San Daniele in Castello, la
Pieve di Zuglio hanno ritrovato le fattezze originarie.
L’allargarsi degli interventi in aree più ampie della
zona di massimo disastro intese affermare che riappropriarsi del patrimonio
culturale friulano era condizione essenziale di sviluppo di tutte le potenzialità
della regione. Solo la crescita dell’insieme avrebbe potuto garantire successo
alla ripresa della parte colpita dal terremoto. La coscienza storica come
motore della ricostruzione è implicita nella trasformazione del Centro
regionale di catalogazione dei beni culturali di Passariano, istituito nel
1971, in Centro regionale di catalogazione e restauro dei beni culturali nello
stesso 1976.
La scuola per la formazione di restauratori
professionisti cercò di tradurre in
azione concreta la salvaguardia dell’eredità storica. La Soprintendenza archivistica
dal canto suo salvò gli archivi comunali riscoprendone a volte il valore,
ordinandoli e inventariandoli nelle sedi di Udine e Trieste. Una ricostruzione-sviluppo chiamava in causa
tutta la regione, implicava la collaborazione di parti non colpite gravemente dal
terremoto, rinnovava istituzioni già presenti prima del terremoto utilizzandone
energia e competenze.
La complessità del problema che il patrimonio storico
proponeva si può misurare valutando il ripristino delle chiese distrutte dal
sisma, la ricomposizione della struttura abitativa dei borghi. La cappella di
Molinis tra Tarcento e Villafredda, che rispetta le proporzioni e la sobrietà della
religiosità tradizionale, è felice eccezione.
In altri casi si è determinata con nuove strutture la rottura della
semplicità e la minore attenzione a ciò che le forme del sacro tradizionalmente
esprimevano. Portis, cui fu imposta la delocalizzazione, ha perso il rapporto storico con il
Tagliamento e con il senso del toponimo anche la sua originalità.
Si tratta di inevitabili contraddizioni tra il moderno
che avanzava e il rispetto che l’identità avrebbe richiesto. Professionisti e
tecnici non avrebbero potuto ovunque realizzare equilibri perfetti tra le due
esigenze perché lo sconvolgimento territoriale presentava aspetti di volta in
volta diversi, perché il patto di unità
che forze politiche e culturali avevano stipulato implicava una certa
tolleranza nei confronti di interpretazioni e soluzioni divergenti.