Atti della Giornata di Studio svoltasi il 18 febbraio 2006
+ Javier Grossutti, Università degli Studi di Trieste

 

L’emigrazione, paesaggi rurali e comunità virtuale da Colloredo di Monte Albano

Nel corso del Novecento, soprattutto nel periodo tra le due guerre, Mels con Aveacco, Entesano e Melesons, Caporiacco con Codugnella e Castello e Colloredo di Monte Albano con Lauzzana, Laibacco, Ols e Pissignano presentano sotto il profilo dell’andamento demografico differenze significative. Potrebbe sembrare troppo audace distinguere comportamenti demografici e scelte migratorie in comunità geograficamente così vicine e per certi versi così fortemente legate, ma l’influenza della casata nobiliare sui comportamenti dei “villici” è tanto più forte quanto più i villaggi sono prossimi al castello. Tra 1921 e 1931, per esempio, la popolazione residente a Colloredo e Lauzzana diminuisce di circa il 21%; a Caporiacco il calo è più contenuto (-13%), mentre a Mels i residenti crescono del 5% circa. Non è semplice appurare se il balzo in avanti sia da attribuire al personale impiegato nella filanda: nei periodi di massima occupazione, le maestranze dell’opificio di Mels, costituite interamente da donne, raggiungevano le duecento unità, mentre i pochi lavoratori maschi erano invece impegnati nella centrale termica dello stabilimento[1]. La crisi economica che investe le campagne friulane nella seconda metà degli anni Venti sembra avere effetti immediati laddove persistono residui feudali e controllo della proprietà terriera da parte dei signori, vale a dire a Lauzzana e soprattutto a Colloredo. In un secondo momento, la rivalutazione della lira, il deprezzamento dei prodotti agricoli e l’inasprimento della politica fiscale operata dal regime fascista travolge anche la piccola proprietà (più diffusa nel resto delle frazioni comunali) e vanifica la congiuntura positiva dei primi anni del governo Mussolini: molti dei contadini che, faticosamente, erano riusciti a diventare (piccoli) proprietari “carichi di debiti, spesso con ipoteche sull’abitazione e in crisi di liquidità, furono costretti a vendere”[2]. Tasse e imposte, infatti,  rappresentano un gravame insopportabile per i settori contadini, specie per quelli più depauperati. Come osserva Lorena Vanello, “Se è indubbio che le linee di intervento in materia di politica fiscale finivano per colpire in primo luogo la piccola proprietà (indebitamento, riduzione o perdita della proprietà stessa) esse si ripercuotevano pesantemente anche sui ceti mezzadrili e i fittavoli (gravami, patti di lavori più onerosi, bracciantizzazione) e bracciantili (riduzione salariale e disoccupazione)”[3]. A dispetto delle rivalità tra le due comunità – “Quelli di Lauzzana erano lauzanari, di seconda categoria”[4], racconta Elena Pasutto – i destini degli abitanti di Lauzzana e Colloredo sembrano incrociarsi più di quanto si possa intuire. Fino alla prima metà del Novecento, come ricorda Carlo Zanini, escluse quelle nobiliari, le famiglie di Colloredo che potevano vantare la proprietà di un fondo si contano sulle dita di una mano[5]. Il resto dei contadini intratteneva con i castellani rapporti di affittanza e, soprattutto, di mezzadria. La durezza dei rapporti con i padroni non risparmia né affittuari ne mezzadri, ma le condizioni di questi ultimi appaiono più disperate: “il mezzadro ha sempre stentato”, ricorda Enrico Botto, classe 1931[6]. Per gli abitanti dei due borghi, quindi, l’emigrazione in Francia costituisce spesso una scelta alternativa al lavoro, come affittuari o mezzadri, alle dipendenze delle famiglie nobiliari.

Tra i censimenti del 1931 e 1936, il calo dei residenti è, invece, più forte a Mels (-20%) e a Caporiacco (-12%) rispetto a Colloredo (-6,8%) e Lauzzana che, addirittura, guadagna una ventina di abitanti (+4,5%). L’andamento contrastante degli anni Trenta non modifica, tuttavia, le caratteristiche demografiche del territorio comunale nel Ventennio, perché tra i censimenti 1921 e 1936 la località che perde più abitanti è Colloredo (-26,5%), seguita da Caporiacco (-23,8%), da Lauzzana (-18,8%) e infine da Mels (-16%).

La rigidità dei rapporti tra signori e “villici”, le pretese delle famiglie castellane dovrebbero spiegare l’abbandono del borgo da parte di molti contadini, la drastica riduzione dei residenti tra le due guerre. “Se c’era uno che non gli andava, specialmente se non andava d’accordo con il fattore [costui diceva] tu vai via […] a San Martino [doveva] partire e bella finita. Cancellava il contratto e bella finita […] Bisognava partire, andare a cercare da un’altra parte, un altro paese, un’altra cosa”, osserva il fornaciaio Severino Pezzetta, classe 1921[7]. Le dure condizioni del patto colonico non lasciano margini di manovra: “L’11 novembre 1925 entrarono in vigore i primi contratti di mezzadria e di affitto misto stipulati in provincia di Udine sotto il regime fascista. I dividendi dei prodotti furono riportati a metà per la mezzadria. Fu ripristinata l’autorità insindacabile del padrone sulla gestione del fondo, nonché il suo controllo sull’intera famiglia colonica. Il contratto aveva una durata per un numero indeterminato di anni. Ogni annata agraria cominciava a San Martino, cioè l’11 novembre. Era lasciata al proprietario libera e ampia possibilità di disdettare”[8]. La scelta

 

 

Tabella 1 – Popolazione residente nel comune di Colloredo di Monte Albano (1921-1971)

 

1921

1931

1936

1951

1961

1971

Colloredo di Monte Albano

937

738

688

1.190

1.006

829

Lauzzana

537

417

436

Caporiacco

888

771

677

721

664

656

Mels

1.063

1.115

893

919

812

684

Totale

3.425

3.041

2.694

2.830

2.482

2.169

Fonte: Censimento Generale della Popolazione (Istat)

 

                                                                                                         

Tabella 2 - Popolazione residente e temporaneamente assente all'estero (1921, 1951, 1961), popolazione residente e temporaneamente assente nelle colonie e all'estero (1931) e popolazione residente e temporaneamente assente all'estero e nelle colonie, nei possedimenti, in A.O.I. (1936)

 

1921

1931

1936

1951

1961

1971

Colloredo di Monte Albano

937

24

738

26

688

 

 

1.190

 

1.006

 

829

Lauzzana

537

5

417

23

436

 

 

 

 

Caporiacco

888

38

771

20

677

 

 

721

 

664

 

656

Mels

1.063

16

1.115

49

893

 

 

919

 

812

 

684

Totale

3.425

83

3.041

118

2.694

2

40

2.830

193

2.482

419

2.169

Fonte: Censimento Generale della Popolazione (Istat), Archivio Comunale di Colloredo di Monte Albano


 

dell’emigrazione rappresenta, infatti, una forma di ribellione di affittuari e mezzadri. L’insofferenza verso i nobili ricorre puntuale nelle testimonianze dei protagonisti raccolte nel volume Conti e contadini a Colloredo di Monte Albano. “I contadini di Colloredo – ricorda Erminia Taboga, classe 1907 - erano quasi [tutti] contrari ai castellani perché facevano pagare l’affitto”[9]. I proventi del lavoro all’estero sostengono, infatti, le famiglie rimaste in patria e, spesso, servono anche per ripianare situazioni di indebitamento dovute a canoni di affitto esosi e alla forte pressione tributaria imposta dallo stato. “I miei fratelli sono andati in Francia […] Andavano via perché qui non c’era lavoro. Io avevo tanta voglia di imparare a fare il muratore, ma niente da fare, non c’era lavoro”, racconta il lattoniere Guglielmo Snaidero, classe 1913, che conferma le continue rimesse dei familiari trasferiti oltralpe[10]. I coloni che venivano sfrattati nelle campagne friulane, che emigravano all’estero per pagare debiti, tasse e ipoteche, erano spesso sostituiti da contadini provenienti dal vicino Veneto[11].

In quasi tutti i casi, si attraversano le Alpi per raggiungere le numerose fornaci che, tra le due guerre, accolgono buona parte dei friulani emigrati. Quello del fornaciaio è un mestiere che a Colloredo ha radice profonde. Tra Ottocento e Novecento, per esempio, mentre mezzadri e fittavoli arrivavano da fuori paese, i contadini del borgo castellano “andavano via all’estero, andavano nelle fornaci a fare la stagione e venivano a casa, trovavano quel poco e mangiavano e veniva primavera e tornavano a partire […] in Germania, in Jugoslavia, in Romania […] dopo in Serbia […] a fare mattoni [mentre] i muratori erano pochi”, racconta il falegname Giovanni Taboga, classe 1907[12]

Negli anni Venti e Trenta, il resto degli emigranti all’ombra del castello raggiunge prevalentemente le Americhe, Argentina, Stati Uniti e, in misura minore, Canada. Il loro numero non raggiunge la ventina di unità nel caso dei primi due paesi, la decina nel caso del terzo: pochi rispetto ai circa duecento (il 73% del totale degli emigranti) che, nello stesso periodo, lavorano in Francia. E’ probabile, tuttavia, che il numero di coloro che volle raggiungere le Americhe fosse stato ben più elevato. Le barriere proibizionistiche promosse nel periodo soprattutto dagli Stati Uniti e le misure restrittive adottate di riflesso dal governo italiano dirottano verso altre destinazioni, specialmente  coloniali ed interne, gli aspiranti emigranti. “Mio padre – ricorda Iride Comini – aspettava appunto di andare in America, ma intanto andava da solo e dopo ci faceva venire anche noi. Aveva un fratello in America lui. E allora questo qua gli ha fatto tutti i cosi, i posti eccetera e allora quando era ora di partire, per dirla come dicevano, hanno chiuso i passi, hanno proibito l’emigrazione all’estero, in America per lo meno. E così povero mio padre è rimasto lì in braghe di tela”[13]. Il censimento 1931 registra come temporanei buona parte degli emigranti oltralpe, mentre quello del 1936 li segnala come “stabilmente all’estero” a riprova del fatto che la crisi economica che dalla fine degli anni Venti si protrae agli inizi degli anni Trenta provoca un rallentamento del movimento stagionale. Va precisato, tuttavia, che secondo i registri anagrafici comunali rientra dalla Francia

 

Tabella 3 – Cancellati per l’estero nel comune di Colloredo di Monte Albano per frazione tra 1919 e 1939

 

Colloredo

Mels

Caporiacco

Comune

Africa Orientale Italiana

 

2

1

3

Argentina

21

14

14

49

Australia

1

15

1

17

Austria

1

1

6

8

Belgio

 

 

1

1

Brasile

1

 

1

2

Canada

11

8

3

22

Cecoslovacchia

1

 

 

1

Egitto

 

 

1

1

Etiopia

1

 

 

1

Francia

193

146

81

420

Germania

1

1

2

4

Libia

1

1

2

4

Lussemburgo

 

1

 

1

Messico

1

 

 

1

Romania

7

20

 

27

Spagna

 

1

 

1

Stati Uniti

22

3

9

34

Svizzera

 

3

5

8

Ungheria

 

 

2

2

Yugoslavia

2

12

 

14

Totale

264

228

129

621

Fonte: Archivio Comunale di Colloredo di Monte Albano

 

circa un terzo del totale degli emigranti di Colloredo, Lauzzana e Mels, mentre a Caporiacco la percentuale raggiunge il 37%. In quest’ultimo villaggio, ma anche a Colloredo e a Lauzzana, i ritorno sono scaglionati nel corso di tutti gli anni Trenta; gli emigranti di Mels nella nazione d’oltralpe, invece, sembrano beneficiare più che i compaesani delle facilitazioni offerte dal governo fascista con la legge Ciano del 1939 e numerosi sono quelli che rientrano in patria nel biennio 1939-1940.

L’esperienza estera trasforma vecchie abitudini e antichi costumi. Gli emigranti di Colloredo di ritorno dalla Francia e dal Nord America, per esempio, presentano condizioni religiose e morali “un po’ rilassate”. Il sacerdote don Giuseppe Braida, che in occasione della visita pastorale che mons. Giuseppe Nogara arcivescovo di Udine e mons. Giuseppe Vale realizzano a Colloredo tra 18 e 19 ottobre 1933 completa il questionario sottopostogli dalla curia udinese, descrive in questi termini caratteristiche religiose, morali e sociali dei migranti. Non si lamenta, invece, dei costumi del proprio gregge, considerati “generalmente buoni”[14]. Tra i parrocchiani non sarebbero diffuse, secondo don Braida, teorie tendenti a limitare la prole, vizi particolari contro la santità del matrimonio, né tanto meno vizi come l’alcolismo o come la bestemmia “molto in diminuzione”. Il sacerdote della chiesa parrocchiale dei Santi Andrea e Mattia di Colloredo osserva, tuttavia, quanto le donne e le giovani del paese si presentino “un po’ sbracciate” nella moda. Oltre alla moralità dei costumi, il sacerdote sembra attento anche al mantenimento dell’ordine costituito: “Mi ricordo che c’era il prete che ci teneva ai signori. E ha detto: Contadini di Colloredo ringraziate il Signore di avere i signori, che i signori vi hanno protetti, vi hanno beneficiati”, ricorda Erminia Taboga[15]. Don Erminio Paschini, sacerdote della chiesa di Lauzzana, pur rilevando l’osservanza religiosa dei parrocchiani, mette in risalto una certa diffusione di teorie tendenti a limitare la prole (risposta che l’autorità ecclesiastica udinese si premura di sottolineare con matita rossa), mentre il vizio contro la santità del matrimonio è in parte invalso tra il popolo[16]. Che questi nuovi costumi sociali siano da attribuire all’esperienza migratoria è quasi certo, ma negli anni Venti e Trenta le rigide norme comunitarie che reggono il rapporto tra nobili e castellani non sono state ancora infrante come altrove. “Si era proprio schiavi”, osserva Guglielmo Snaidero[17]. L’esperienza migratoria, infatti, pur rappresentando una via d’uscita individuale e talvolta familiare, non modifica immediatamente il paesaggio agrario, non provoca lo sgretolamento delle fondamenta sociali ed economiche che regolano i rapporti tra contadini e conti. Persistono quindi legami di sottomissione come residuo feudale, mentre in un contesto di economia pre-capitalistica come quella di Colloredo il pagamento di affitti e tasse preteso dai signori rende insopportabili le condizioni di vita.

Anche a Mels e a Caporiacco la destinazione francese e il lavoro come fornaciaio sono prevalenti. Coloro che attraversano le Alpi sono rispettivamente il 64% e il 63% del totale degli emigranti, percentuali minori rispetto a quelle di Colloredo e Lauzzana. Nelle prime due frazioni, infatti, le mete migratorie sono più variegate. Oltre alla Francia, gli abitanti di Mels raggiungono l’Argentina, il Canada, la Jugoslavia, la Romania e, meta del tutto nuova, l’Australia; quegli di Caporiacco, si trasferiscono prevalentemente negli Stati Uniti e in Argentina. La Serbia, ma soprattutto la Romania richiamano le famiglie di Mels che vi erano già state prima della grande guerra. Le quaranta persone temporaneamente assenti nelle colonie, nei possedimenti e in Africa Orientale Italiana indicate dal censimento 1936 non trovano riscontro nelle anagrafi comunali. Le modalità migratorie stagionali del periodo giolittiano sembrano persistere a Caporiacco più che altrove: secondo don Giuseppe Luigi Piccini, parroco della Chiesa di San Martino, nel 1933 gli emigranti stagionali sarebbero 300, un numero elevatissimo se si tiene presente che nel borgo rurale, tra le due guerre mondiali, le Anagrafi comunali registrano circa 130 cancellazioni per emigrazione definitiva all’estero. E’ probabile che don Piccini conti anche i maschi che lavorano nelle altre regioni italiane che, secondo il prete, sarebbero insieme alla Francia destino prevalente degli emigranti, che assommi infine le donne impegnate come domestiche a Roma e Genova. L’affiatamento tra emigranti e sacerdote sembra forte perché “nessuno parte senza ricevere i Ss. Sacramenti. Tutti si fanno dovere di salutare il loro parroco”. Gli emigranti “tornano buoni davvero” aggiunge don Piccini che continua l’assistenza spirituale agli assenti “con scritte, stampe, [il settimanale] Vita Cattolica, col visitare frequentemente le loro famiglie, con preghiere, ore di adorazione, colla giornata dell’Emigrante”. Come a Caporiacco, a Mels l’esperienza migratoria non sembra intaccare i costumi tradizionali perché “la maggioranza ritorna in condizioni morali e religiose soddisfacenti” segnala il parroco don Eugenio Taboga nel 1933[18].

Nell’immediato secondo dopoguerra, ancora una volta, la scelta francese prevale su tutte le altre: attraversa nuovamente le Alpi chi era rientrato in Friuli dalla Francia tra anni Trenta e Quaranta, ma anche i nuovi ventenni e trentenni. Le fornaci francesi rappresentano ancora i luoghi di lavoro più frequentati. Verso la fine degli anni Quaranta iniziano le partenze verso il Belgio, che progressivamente si orientano sempre più verso la Svizzera: nel periodo, peraltro, la Confederazione Elvetica accoglie anche un numero significativo di donne. Grazie all’interessamento del parroco di Colloredo, la cuoca Celestina Comino per esempio riesce a partire per la Svizzera nel 1950: “Prima sono stata a Busto Arsizio, dopo sono andata a Udine dal dottor Pittoni perché non avevo l’età per andare in Svizzera. Finalmente mio zio lavorava su alle fornaci e nell’albergo cercavano una cuoca e io non avevo compiuto 18 anni. Ho dovuto aspettare i 19”. Negli anni Cinquanta e Sessanta, le paghe che gli emigranti percepiscono nella Confederazione Elvetica non hanno confronto con quelle italiane: “Io prendevo 380 franchi svizzeri al mese netti, ero pagata tanto io in quegli anni, come cinque milioni di lire”, aggiunge Celestina[19].

Il conflitto bellico, la guerra di liberazione e, insieme, l’esperienza migratoria all’estero travolgono finalmente un equilibrio basato sullo sfruttamento dei contadini e su ormai inaccettabili vincoli di servitù nei confronti dei castellani. L’abbondante disponibilità di braccia che aveva sorretto un economia agricola dai tratti, per certi versi, feudali, ma aggravata da pretese di profitto capitalistico, viene meno nel secondo dopoguerra. Ricorda Severino Pezzetta che nel 1947, quando parte per la Francia, “non c’era più una casa da dire di prendere la contadinanza, di essere in sei-sette o quattro fratelli, da essere bravi a fare il lavoro, perché quella volta era tutto a mano, non era quello di oggi. Sì, allora sono tutti scappati, tre quarti hanno lasciato la terra ai padroni e allora non avevano più come combinarla”. Come avvenne negli anni ’20 del XIX secolo, ma anche tra Ottocento e Novecento, mancano agricoltori, che i conti, senza successo, cercano ora “nella bassa, dalle parti di Vicenza, di Vittorio Veneto […] loro cercavano di quelli li, perché continuasse per loro come prima, ma invece anche loro hanno mollato e allora dovevano vendere [le proprietà]”, aggiunge il Pezzetta[20]. Gli abitanti di Colloredo rifuggono dalle campagne perché il lavoro agricolo non soddisfa le aspettative economiche e sociali, perfino quando l’alternativa è l’abbandono del paese. L’emigrazione, quindi, dovrebbe rappresentare una via di emancipazione, più che un’imposizione sofferta, la possibilità di ottenere guadagni irraggiungibili in patria.

Tra i censimenti 1951 e 1961, il Comune perde quasi 350 abitanti pari al 12% dei residenti. Tra le diverse frazioni, ancora una volta Colloredo di Monte Albano e Lauzzana presentano il calo più pronunciato (-15,5%), seguite da Mels (-11,6%) e da Caporiacco (-8%). Nel periodo i temporaneamente assenti all’estero sono 419, molti di più rispetto ai circa 270 cancellati per emigrazione dal 1947 fino al 1968. Dopo quella data, i registri anagrafici comunali non segnalano praticamente cancellazioni per emigrazione definitiva all’estero, nonostante tra 1961 e 1971 la popolazione residente nel territorio comunale diminuisca del 12,6%, una percentuale quasi identica a quella del decennio precedente. Tra 1961 e 1971, il decremento demografico tra Colloredo e Lauzzana da una parte, Mels dall’altra, tuttavia, è più omogeneo, mentre Caporiacco presenta quasi lo stesso numero di residenti. Dai dati anagrafici e dalle testimonianze raccolte, si può quindi concludere che mentre fino ai primi anni Sessanta le partenze definitive e i numerosi flussi stagionali interessano i paesi europei (Francia e Svizzera in specie), nel periodo successivo chi abbandona Colloredo, Lauzzana, Mels e Caporiacco raggiunge altre regioni italiane e altre zone del Friuli.

Tra anni Cinquanta e Sessanta cambiano segni e caratteristiche del paesaggio rurale perché le famiglie nobiliari cedono il controllo del territorio: il fatto che l’attività prevalente dei nuovi

Tabella 4 – Cancellati per l’estero nel comune di Colloredo di Monte Albano per frazione tra 1947 e 1968

 

Colloredo

Mels

Caporiacco

Totale Comune

Argentina

6

 

9

15

Australia

1

1

3

13

Belgio

6

2

12

31

Canada

 

 

1

2

Francia

32

29

33

141

Germania

 

 

 

3

Inghilterra

1

 

 

1

Stati Uniti

 

1

 

4

Svizzera

5

11

12

56

Venezuela

1

 

 

3

Yugoslavia

 

 

4

4

Totale 

52

44

74

273

Fonte: Archivio Comunale di Colloredo di Monte Albano

N.B. Il Registro Emigrazione, che non segnala la frazione di provenienza del soggetto cancellato, riporta un totale di 103 emigrati, di cui 47 per la Francia, 28 per la Svizzera, 11 per il Belgio e 8 per l’Australia.

 

proprietari non sia più quella agricola costituisce un elemento del tutto nuovo. Enrico Botto conferma come i proventi dell’emigrazione abbiano permesso di acquistare abitazioni e terre appartenute ai castellani: “Dopo la guerra, nel ’45, hanno iniziato ad aprire le frontiere, chi poteva – perché qui c’era solo miseria – tante famiglie, che c’erano due, tre fratelli […] chi ha potuto è andato in Svizzera, chi in Francia o in Germania, nelle grandi fornaci […] e quando tornavano indietro, in settembre, li si vedeva già che erano tutta un’altra gente […] Allora si diceva: Anch’io vado! E così, colà e cosi via, hanno incominciato a diminuire, diminuire, diminuire fintantoché in quegli anni tanto buoni 1951, 1952, 1953 tutti sono partiti, sono andati e si è visto che tutti hanno fatto qualcosa e le case dei contadini hanno iniziato a lasciarle vuote, praticamente loro [i conti] vedendo che la gente si spopolava, cosa doveva fare? E dopo chi rientrava, vedeva che poteva e comprava, riscattava”[21]. La possibilità di acquistare campi e case rappresenta un evento del tutto nuovo, la cui straordinarietà non sfugge al parroco del borgo castellano: “Don Orfeo Domini è andato casa per casa a dire: Comprate, comprate! Ma signor parroco, non abbiamo soldi… Comprate con debiti, comperate che se no non comprate più. E infatti tutti hanno comperato”, conclude Luigi Desio, classe 1920[22]. “La chiesa si è schierata a favore dei contadini”, aggiunge Guglielmo Snaidero che precisa, inoltre, che fu grazie a don Orfeo Domini se nel 1953 la chiesa di Colloredo divenne parrocchia non più soggetta ai castellani[23].

La dissoluzione della grande proprietà avvia un processo di modernizzazione lungamente rimandato. Bisogna notare, tuttavia, che l’arretramento del potere nobiliare coincide con il venir meno dell’importanza dell’agricoltura come principale attività economica nelle colline moreniche, nel resto del Friuli, ma anche altrove. La mancanza di braccia, che i conti non riescono a trovare in loco e che infruttuosamente cercano in Veneto, e l’inasprimento della pressione fiscale sulle terre incolte assestano il colpo di grazia al  reazionario sistema nobiliare. Emblematico di questa nuova stagione è l’atteggiamento verso le famiglie castellane. Dopo la guerra, quando i conti rientrano finalmente a Colloredo, “hanno trovato, appunto, la sorpresa che nessuno li salutava più, dovevano loro salutare” ricorda Luigi Desio[24].

La memoria dei rapporti tra “villici” e nobili sollecitata nel volume Conti e contadini a Colloredo di Monte Albano consentì di ritrovare i segni del paesaggio e i tratti della vita quotidiana nel corso del Novecento. La testimonianza orale di chi è stato protagonista delle dinamiche sociali ed economiche quando i conti controllavano ancora il paesaggio rurale permise di capire meglio il lento avanzare della modernizzazione. La trasformazione del territorio e il superamento dei rigidi schemi di vita e di lavoro, al quale nel secondo dopoguerra l’emigrazione diede una forte accelerazione, sono debitori tanto di chi è rimasto quanto di chi ha scelto di andarsene. Questi ultimi però non sono stati ancora interpellati. La conservazione dei segni del paesaggio e la ricostruzione dei luoghi sarebbero più fruttuose se assieme a chi risiede nel territorio comunale potessimo ascoltare la testimonianza di chi ora vive altrove. La parte del comune di Colloredo di Monte Albano che attualmente si trova fuori dai confini nazionali (475 iscritti all’Anagrafe italiani residenti all’estero, giugno 2006), per esempio, è pari al 22,09% dei residenti (2.150 abitanti secondo il censimento 2001). Gli iscritti all’A.I.R.E. sono rispettivamente in Svizzera (129 persone), Francia (119), Argentina (47), Belgio (35), Canada (28), Australia (25), Germania (12), Croazia (7), Venezuela (7), Spagna (6), Gran Bretagna (6), Stati Uniti d’America (4), Brasile (4), Svezia (3), Romania (1), Egitto (1), Turchia (1) e Portogallo (1). Raggiungere questa comunità virtuale, anche mediante gli strumenti informatici, dovrebbe permettere di allargare la rete di conoscenze e amicizie, affinare la comprensione di un passato condiviso, impostare nuovi rapporti, consapevoli del fatto che se le vicende storiche hanno portato la comunità verso geografie diverse, il futuro può riservare occasione di incontro e collaborazione imprevedibili[25].      


 

[1] Cfr. Lino I. Viezzi, Mels nella storia del Friuli, Parrocchia di Ognissanti di Mels, Colloredo di Monte Albano, 199[-], p.81.

[2] Cfr. Daniele Andreozzi – Loredena Panariti, L’economia in una regione nata dalla politica, in Roberto Finzi, Claudio Magris, Giovanni Miccoli (a cura di), Il Friuli – Venezia Giulia, Giulio Einaudi Editore, Torino, 2002, p. 818.

[3] Cfr. Lorena Vanello, L’agricoltura friulana durante il fascismo. Gli anni della crisi (1927-1934), in “Bollettino dell’Istituto regionale per la storia del movimento di liberazione nel Friuli Venezia Giulia”, V (1977), n. 1, p. 23.

[4] Cfr. Biblioteca Comunale di Colloredo di Monte Albano – Circolo Universitario Friulano “Academie dal Friûl”, Conti e contadini a Colloredo di Monte Albano. La voce dei protagonisti, in Francesco Micelli, Javier Grossutti (a cura di), Conti e Contadini a Colloredo di Monte Albano. Paesaggi e vita quotidiana nel Novecento, Comune di Colloredo di Monte Albano, Udine, 2005, p. 87.

[5] Sulla distribuzione (o meglio, sulla spiccata concentrazione) della proprietà fondiaria a Colloredo nella prima metà del XIX sec. si veda l’intervento di Andrea Zannini in questo volume.

[6] Cfr. Circolo Universitario Friulano “Academie dal Friûl”, Contadini e conti (Colloredo di Monte Albano), trascrizione delle audiocassette / interviste, dattiloscritto, Udine, 2001, pp. nn. (inedito).

[7] Cfr. Biblioteca Comunale di Colloredo di Monte Albano – Circolo Universitario Friulano “Academie dal Friûl”, Conti e contadini a Colloredo di Monte Albano. La voce dei protagonisti… cit., pp. 115-116.

[8] Cfr. L. Vanello, L’agricoltura friulana tra le due guerre mondiali, in “Storia contemporanea in Friuli”, VIII (1978), n. 9, p. 128.

[9] Cfr. Circolo Universitario Friulano “Academie dal Friûl”, Contadini e conti (Colloredo di Monte Albano), trascrizione delle audiocassette / interviste, dattiloscritto, Udine, 2001, pp. nn. (inedito).

[10] Cfr. Biblioteca Comunale di Colloredo di Monte Albano – Circolo Universitario Friulano “Academie dal Friûl”, Conti e contadini a Colloredo di Monte Albano. La voce dei protagonisti… cit., p. 103.

[11] Cfr. L. Vanello, L’agricoltura friulana… cit., p. 135.

[12] Cfr. Circolo Universitario Friulano “Academie dal Friûl”, Contadini e conti (Colloredo di Monte Albano), trascrizione delle audiocassette / interviste, dattiloscritto, Udine, 2001, pp. nn. (inedito).

[13] Cfr. Circolo Universitario Friulano “Academie dal Friûl”, Contadini e conti (Colloredo di Monte Albano), trascrizione delle audiocassette / interviste, dattiloscritto, Udine, 2001, pp. nn. (inedito).

[14] Cfr. ACAU, Visite Pastorali, b. 844, fasc. 1 (1933).

[15] Cfr. Circolo Universitario Friulano “Academie dal Friûl”, Contadini e conti (Colloredo di Monte Albano), trascrizione delle audiocassette / interviste, dattiloscritto, Udine, 2001, pp. nn. (inedito).

[16] Cfr. ACAU, Visite Pastorali, b. 844, fasc. 1 (1933).

[17] Cfr. Circolo Universitario Friulano “Academie dal Friûl”, Contadini e conti (Colloredo di Monte Albano), trascrizione delle audiocassette / interviste, dattiloscritto, Udine, 2001, pp. nn. (inedito).

[18] Cfr. ACAU, Visite Pastorali, b. 841, fasc. 2 (1933).

[19] Cfr. Circolo Universitario Friulano “Academie dal Friûl”, Contadini e conti (Colloredo di Monte Albano), trascrizione delle audiocassette / interviste, dattiloscritto, Udine, 2001, pp. nn. (inedito).

[20] Cfr. Circolo Universitario Friulano “Academie dal Friûl”, Contadini e conti (Colloredo di Monte Albano), trascrizione delle audiocassette / interviste, dattiloscritto, Udine, 2001, pp. nn. (inedito).

[21] Ibidem.

[22] Cfr. Biblioteca Comunale di Colloredo di Monte Albano – Circolo Universitario Friulano “Academie dal Friûl”, Conti e contadini a Colloredo di Monte Albano. La voce dei protagonisti… cit., p. 111.

[23] Cfr. Circolo Universitario Friulano “Academie dal Friûl”, Contadini e conti (Colloredo di Monte Albano), trascrizione delle audiocassette / interviste, dattiloscritto, Udine, 2001, pp. nn. (inedito).

[24] Cfr. Biblioteca Comunale di Colloredo di Monte Albano – Circolo Universitario Friulano “Academie dal Friûl”, Conti e contadini a Colloredo di Monte Albano. La voce dei protagonisti… cit., p. 111.

[25] Sul concetto di comunità virtuale cfr. F. Micelli, Abbozzo di anagrafe dei comeglianotti all’estero, in F. Micelli – J. Grossutti (a cura di), Comeglianots pal mont – I comeglianotti nel mondo, Comune di Comeglians, Comeglians, 2002, pp. 5-11.