1. Inquadramento e genesi dell’anfiteatro morenico
La vasta area collinare di origine morenica si colloca all’interno di un immaginario triangolo equilatero che ha per vertici i poli urbani di Udine, Gemona e Spilimbergo. Annovera tra i suoi principali insediamenti, oltre alla “Città di San Daniele”, le più piccole Buja, Majano, Fagagna e centri abitati quali: Cassacco, Osoppo, Ragogna, Dignano, Colloredo di Monte Albano, ecc… che costituirono, quasi quarant’anni fa, la “Comunità Collinare del Friuli”, consorzio volontario di comuni per perseguire lo sviluppo economico e la gestione associata dei servizi di scala territoriale.
L’anfiteatro morenico friulano è “costruzione” geologica complessa e delicata, relativamente giovane, modellata dal migrare del ghiacciaio tilaventino e dai conseguenti depositi di materiali che si selezionarono e stratificarono in stretto rapporto con le enormi forze in gioco.
Il “Monte” di Buja e i vicini rilievi di Susans e del Monte di Ragogna, formati da conglomerati calcarei del Miocene, furono i principali “ostacoli” sulla strada del ghiacciaio e determinarono la distribuzione, l’ampiezza e la frammentazione delle varie cerchie.
La prima cerchia, la più estesa, compatta ed altimetricamente rilevante,
congiunge Ragogna con Segnacco di Tarcento, raccordando ad arco i colli di
San Daniele, Rive d’Arcano, Fagagna, Moruzzo, Pagnacco e Tricesimo. Il colle di Moruzzo, sulla cui sommità spiccano i profili della chiesa, del castello e del ristrutturato municipio, con i suoi 271 metri di altitudine si erge di poco
al di sopra dell’omogeneo fronte morenico.
La seconda cerchia, altimetricamente più modesta della prima, si divide in
tre lobi distinti, individuabili a: Cimano di San Daniele, nell’arco più centrale che unisce Caporiacco con Colloredo, mentre l’ultimo, più orientale e meno
riconoscibile raccorda i colli di Treppo Grande con Cassacco, fino a Collerumiz
di Tarcento. Zona intermedia per definizione, caratterizzata da equidistanti e
poco popolosi abitati, prevalentemente esposti a mezzogiorno e linearmente
sviluppati lungo le varie dorsali moreniche, con andamento est-ovest.
La terza cerchia, posta a nord, si presenta come una zona orograficamente più frammentata, con alternanza di zone pianeggianti e isolati rilievi, dotata di una struttura insediativa, residenziale e produttiva, altrettanto composita e variegata, dominata dalle logiche ricostruttive del post-terremoto e caratterizzata dalla presenza di importanti zone industriali e artigianali a Rivoli di
Osoppo, Buja e Majano.
2. Idrografia e ruolo ecologico del “sistema” collinare
Alla forza sinergica delle colline moreniche e dei più aspri rilievi, si contrappongono ampie zone di bassura, costituite da solchi di erosione dei corsi d’acqua e dai valli intermorenici, compresa la vasta piana di Osoppo- Gemona. Quest’ultima zona fu sedime di un antico e vasto lago, in cui si raccolsero gran parte delle acque di fusione del ghiacciaio, prima che queste si aprissero alcuni varchi di uscita tra i cordoni morenici che facevano da diga.
Due imponenti varchi caratterizzano ancora oggi l’orografia del territorio
collinare: l’uno, posto nelle vicinanze dell’abitato di San Daniele è percorso dalla modesta portata del torrente Corno, mentre l’altro, posto ai margini orientali del sistema è percorso dall’incostante e sinuoso torrente Cormor.
Entrambe le “valli fluviali” sono oggetto di valorizzazione attraverso interventi integrati previsti da mirati Masterplan.
Il terzo e più significativo “varco” è costituito dall’alveo del più importante fiume a regime torrentizio d’Europa: il Tagliamento. Nel suo tratto mediano, con l’ampio letto ghiaioso e ciottoloso, il maestoso torrente lambisce tutto il tratto occidentale del comprensorio collinare, da Osoppo a Flaibano.
L’importanza ecologico-ambientale del sistema collinare centrale non si esaurisce con la rete idrografica superficiale, ma dalla capillarità e dalla diffusione delle molteplici zone umide, ancora presenti nonostante le grandi trasformazioni economiche e sociali avvenute in questi ultimi due secoli di storia.
Alla fitta rete di rii e torrenti, alcuni purtroppo banalmente canalizzati, fanno bella mostra di sé anche alcuni laghi, stagni e paludi e micro-macro torbiere.
L’importanza strategica del comprensorio morenico, compresa l’intera piana di Osoppo-Gemona, è sicuramente data dalla presenza di enormi quantità di acqua, sia superficiale che sotterranea. L’importanza della risorsa è testimoniata dai numerosi punti di prelievo di storiche rogge, canali di irrigazione e canali per l’utilizzo della forza motrice per l’approvvigionamento energetico, ma prioritariamente dalla zona di captazione e distribuzione d’acqua per uso potabile per le esigenze del più consistente acquedotto regionale.
3. Evoluzione del paesaggio da “naturale” a “culturale”
La copertura vegetale dei rilievi collinari e dell’alta pianura ancora oggi
rivela la ricchezza delle varie associazioni e specie esistenti, dovute alle
molteplici e diversificate condizioni ecopedologiche e climatiche del suolo.
Non vi è più la vasta e quasi impenetrabile foresta, come prima della colonizzazione romana, ma lembi, macchie e filari di essenze arboree ed arbustive che cingono gli appezzamenti agricoli o bordano i corsi d’acqua e le
residue zone umide.
Dai primi insediamenti neolitici ai più stabili “castellieri” fino al periodo patriarcale, passando per la dominazione romana e longobarda, il paesaggio “naturale” dominava quasi incontrastato, segnato solo dai pochi assi viari e dall’occupazione dei siti ritenuti strategici per il presidio agricolo e la difesa militare.
Bisogna attendere almeno il XV secolo, con l’espandersi della Repubblica Veneta e il venir meno della costante difesa che si assisterà alla lenta ma inesorabile apertura dei centri fortificati come San Daniele e dei vari castelli, sorti nel frattempo numerosi sulle sommità dei colli. L’aspetto del castello assumerà, in taluni casi, le sembianze di una villa padronale, mentre le originarie pievi si moltiplicheranno seguendo i borghi rurali che si espanderanno e si raccorderanno tra loro attraverso una fitta rete di strade.
Con la realizzazione dell’asse stradale di collegamento diretto tra il castello di Colloredo di Monte Albano e la sempre più potente Udine, scenografico rettilineo progettato sul modello della “villa veneta”, realizzato tra il 1582 e il 1586, si può idealmente far risalire l’affermarsi del paesaggio “culturale” dove domina l’impronta dell’attività umana, che lentamente ma inesorabilmente emargina il paesaggio “naturale”.
Bisogna comunque aspettare gli anni recenti e l’affermarsi delle attività post-industriali per “ricostruire” il processo insediativo e per apprezzare e valorizzare l’ancora presente armonia e la qualità ambientale dell’anfiteatro morenico, messo comunque a dura prova da bonifiche idrauliche, riordini fondiari, devastazioni sismiche, espansioni edilizie discutibili e imponenti infrastrutture.
4. Tipologie insediative paradigmatiche e vocazioni allo sviluppo
In riferimento alle strutture insediative presenti nel territorio ogni comune o centro abitato risulta dotato di sue particolarità e prospettive di sviluppo che risulterebbe troppo dispersivo descrivere compiutamente.
Viste le disastrose conseguenze del terremoto sul patrimonio edilizio
storico di almeno metà dei comuni del comprensorio collinare, analizzata
la gerarchizzazione dei vari sistemi insediativi e valutate le varie opzioni
maturate dalle realtà locali in riferimento alle politiche di valorizzazione
paesistico-ambientale e residenziale, si sono scelte tre tipologie rappresentative dell’intero territorio. L’unico sistema “urbano”, storicamente dato,
di San Daniele del Friuli, quello “semi-urbano” o dei borghi integrati di Fagagna e il compendio castellano “non-urbano” di Colloredo di Monte Alba
no e il suo progetto di ricostruzione, quale sito storico-abitativo e culturale tra i più importanti e paradigma insediativo dell’intero Friuli Collinare.
I tre centri prescelti, oltre a rappresentare le tre tipologie insediative principali e complementari, insieme al comune di Majano, si configurano come il cuore geografico ed economico del comprensorio collinare.
4.1. San Daniele del Friuli: “Città Slow” e l’opzione distrettuale
Il ruolo strategico di San Daniele del Friuli nel contesto economico, ambientale e paesaggistico regionale non può che essere in stretta interdipendenza con il territorio circostante. La terziarizzazione del centro collinare, che ha lontane origini, non può che essere perseguita rafforzando i legami con i comuni vicini e rendendo complementari i ruoli di centri dinamici come Majano, Fagagna e Buja.
Al polo sanitario sandanielese andrà quindi sommato un potenziato polo
scolastico, fatto crescere in raccordo con una “cittadella della cultura”. Il miglioramento delle funzioni di servizio territoriale accompagnata da una
crescita economica che ne rafforzerebbero il ruolo, potrebbero consentire
a San Daniele di raggiungere l’auspicata soglia demografica dei diecimila
abitanti, senza che ciò comporti lo “svuotamento” del territorio circostante.
Questi ultimi aspetti dipenderanno in buona misura dalle modalità con
cui si realizzerà la nuova crescita economica e a tal proposito va sottolineata
l’adesione dell’Amministrazione comunale all’Associazione internazionale “Città Slow”, quale socio fondatore; ovvero i centri di piccole-medie
dimensioni, che perseguono lo sviluppo integrato e sostenibile con “lentezza” ma con coerenza e salvaguardando tradizioni, vocazioni e qualità della
vita.
In previsione e come pre-condizione di un’ulteriore crescita va registrata la novità strategica maturata in quest’ultimo quinquennio e rappresentata dalla nascita del Distretto Industriale dell’Alimentare. A tale organismo costituitosi in conseguenza della L.R. n. 27/1999, ora trasformato in Agenzia di Sviluppo, aderiscono, oltre a San Daniele, anche i comuni di Coseano, Dignano, Fagagna, Ragogna e Rive d’Arcano.
L’opzione, maturata dalle forze politiche ed economiche del territorio, poggia su tre aspetti fortemente interrelati: una realtà economica consolidata a livello internazionale come la stagionatura del prosciutto crudo, una realtà economica diversificata, rappresentata da una cinquantina di piccole e medie aziende del comparto alimentare e da una vocazione di tutela e qualità ambientale, che ne rappresenta esplicitamente il substrato e nel contempo la precondizione per un ulteriore sviluppo.
L’ormai raggiunta dotazione del “Sistema di Gestione Ambientale” dato
dall’applicazione del Regolamento ISO EN 14001 da parte delle sei Amministrazioni comunali interessate e l’avviato processo di allargamento partecipativo previsto da Agenda 21 locale, consentirà di convogliare lo sforzo
di un intero territorio verso il raggiungimento della “Certificazione Ambientale su base Distrettuale”, in applicazione del Regolamento Comunitario
EMAS II e quale primario obiettivo finalizzato alla realizzazione del “Parco
Alimentare di San Daniele”.
4.2. Fagagna: identità dei borghi e vocazione residenziale
La lettura della struttura insediativa del centro abitato di Fagagna consente di evidenziare un caso originale di sviluppo “intermedio” del castello-borgo
fortificato.
L’evoluzione dell’impianto insediativo originario, ben più complessa di altri siti fortificati, segue il lento evolversi della struttura sociale ed economica basata sulla presenza di alcune importanti famiglie feudali.
Attorno agli edifici nobiliari si formano quindi i borghi che presentano una doppia organizzazione funzionale. Una interna gravitante attorno alla casa padronale, dove si realizza tutta una serie di servizi, costituiti dalle barchesse, stalle, magazzini, abitazione dei salariati; l’altra esterna dove sempre più numerose si erigono le abitazioni dei piccoli proprietari fondiari e delle prime botteghe artigiane.
Queste ultime tendenze introducono di fatto il modello di sviluppo più
recente basato sulla crescita delle funzioni produttive e terziarie nella zona
centrale dell’abitato fagagnese e nelle sue principali appendici.
Mentre le attività artigianali e industriali si localizzano in una prima fase nelle zone rimaste inedificate poste all’interno della struttura urbana e successivamente lungo gli assi stradali primari, in particolare lungo la statale Udine - Spilimbergo, lo sviluppo delle funzioni residenziali coinvolge l’intero territorio comunale, dilatando a macchia d’olio gli abitati e creando tre sistemi insediativi pedecollinari: Fagagna capoluogo, Villalta-Ciconicco, Madrisio-Battaglia.
Unico comune del comprensorio con l’obbligo di dotarsi di un Piano Regolatore, Fagagna, con l’inizio degli anno ‘60, disegna la sua espansione residenziale con vaste lottizzazioni. Famosa quella di “Villaverde” pianificata da Marcello D’Olivo, che posta nelle vicinanze del nuovo golf introduce un modello abitativo radicalmente alternativo.
Alla dispersione localizzativa dei primi insediamenti produttivi si contrappone, dagli anni ‘80, la centralizzazione delle strutture più recenti nella nuova zona artigianale-industriale posta a sud del capoluogo. Oggi a fronte di una sua ormai prossima saturazione, emergono con chiarezza i limiti
e le contraddizioni di una tale scelta urbanistica che condiziona tutta la
viabilità e la stessa identità e percezione delle varie strutture insediative
consolidate.
Le espansioni edilizie degli ultimi decenni sembrano ispirate più da logiche quantitative che qualitative, anche se vanno ricordati positivi tentativi di recupero funzionale e salvaguardia di alcune parti significative dei centri abitati, compresi gli spazi pubblici con nuovi e originali arredi e con la realizzazione del centro culturale di Palazzo Pico e con la realizzazione del Museo antropologico di “Cjase Cocèl”, più recentemente, con il recupero e ricostruzione degli edifici storici posti sul versante sud nei pressi della residua torre castellana.
Sono questi ultimi interventi che hanno consentito al comune di Fagagna di essere inserito tra i “100 borghi più belli d’Italia”, iniziativa promossa all’Associazione Nazionale Comuni d’Italia, per rilanciare la valorizzazione residenziale e turistica dei piccoli centri del nostro Paese.
4.3. Colloredo di Monte Albano: la ricostruzione del castello come riappropriazione della memoria
L’abitato di Colloredo di Monte Albano prende origine dalla costruzione del castello all’inizio del XIII secolo. E’ infatti nel dicembre del 1302 che
il patriarca Ottobono autorizza Guglielmo di Mels ad erigere una più possente struttura fortificata a difesa del suo fondo. La particolare morfologia del
colle, scosceso per tre dei quattro lati, condizionerà sia la localizzazione dei
vari edifici che la costruzione delle mura, poste a sud a difesa del lato più
vulnerabile.
Il nucleo originario è individuato nel mastio, complesso di edifici disposto ad anello, collocato nella parte sommitale del colle e dalla cinta edilizia esterna con tre torri di avvistamento, poste a contatto visivo con i castelli collocati sui colli più vicini.
A seguito delle prime distruzioni venne eretto un massiccio corpo di guardia adiacente alla torre d’ingresso e successivamente si costruirono altri edifici, sia interni che esterni al perimetro del mastio.
Quale intervento di ricostruzione dopo i gravi danni del 1511 dovuti sia ad un incendio che ad un terremoto, si realizzarono altri interventi di consolidamento difensivo. Di poco precedenti a quel processo che, ridimensionate le esigenze puramente difensive, trasformerà lentamente anche il fortilizio di Colloredo in una fastosa dimora signorile.
Inizia così, in pieno Rinascimento, una fase che vede recuperati ad abitazioni anche i piani inferiori degli edifici, tradizionalmente adibiti a magazzini, cantine e armerie, mentre quelli superiori, impreziositi da nuove e suggestive decorazioni vengono destinati a locali di rappresentanza. Le torri vengono inglobate nelle abitazioni o innalzate e ingentilite con particolari ornamenti.
Distruzioni e ricostruzioni, ampliamenti e rimaneggiamenti e continui adattamenti alle mutate realtà politico-sociali sono le condizioni che caratterizzano l’esistenza di questo famoso fortilizio, anche ai giorni nostri.
Il dissesto generale del complesso fortificato dopo il terremoto del 1976 e in particolare il crollo della parte più antica del mastio e delle tre torri del lato sud, rappresentano una così grave e dolorosa perdita che una paziente quanto intelligente ricostruzione, peraltro già iniziata, potrà solo in parte mitigare.
Dopo la ricostruzione della torre-portaia e dell’ala Ricardi, acquisita
dalla Comunità Collinare del Friuli per realizzarvi la propria sede, sta per
compiersi il lungo e complesso iter progettuale per completare la ricostruzione del mastio e degli altri edifici crollati.
Il progetto, una autentica sfida, riconsegnerà a Colloredo e all’intera comunità friulana, un compendio castellano con funzioni plurime: verranno riconsegnate 18 unità abitative private, realizzate almeno due strutture museali, un centro culturale dotato di strutture convegnistiche e una foresteria per l’accoglienza dei futuri visitatori.
Negli oltre sette secoli di storia del castello abbiamo verificato che le trasformazioni avvenute risultano di natura quasi esclusivamente architettonica, eseguite sempre all’interno del perimetro fortificato originario o nelle sue più immediate vicinanze. Le trasformazioni “esterne” risultano sempre marginali e comunque subordinate alle necessità agricole o di servizio dei nobili castellani.
Il paese infatti si sviluppa quale modesto aggregato edilizio dell’area occupata dal castello, con andamento lineare lungo gli assi della viabilità storica, in particolare verso ponente fino al congiungimento con l’abitato di Lauzzana.
Fanno eccezione a questa logica, il potenziamento e la rettifica del rettilineo che porta verso Udine e la recente variante alla strada provinciale “Osovana” che hanno liberato il castello dal traffico “pesante” e dal transito di medio-lungo percorso.
Le radicali trasformazioni che verranno apportate al complesso castellano nei prossimi anni solleciteranno l’Amministrazione comunale, in coordinamento con la Regione, nella realizzazione di quelle infrastrutture che dovranno garantire e sostenere la complessa gestione di una autentica “cittadella” con funzioni residenziali, culturali, turistiche e del terziario avanzato in uno studiato equilibrio rispettoso delle molteplici esigenze, non ultime quelle paesaggistiche.
5. Dinamiche economiche e assetto futuro del comprensorio collinare
Il prossimo decennio sarà determinante per il compiersi delle principali vocazioni del territorio e per l’assetto futuro del comprensorio collinare,
sia in termini economici che ambientali.
Alla notevole crescita della struttura artigianale e industriale, che si è venuta consolidando in questi ultimi decenni nei comuni collinari, altre vocazioni, prevalentemente terziarie, sembrano premiare ulteriormente le caratteristiche produttive e le attività che puntano alla valorizzazione delle risorse naturali ed ambientali del territorio.
La complessità ambientale, precedentemente descritta, ha come diretta
conseguenza un alto grado di vulnerabilità ecologica del territorio. Tale
fragilità ha imposto alle Amministrazioni locali una particolare attenzione
nell’elaborazione degli strumenti di pianificazione urbanistica del territorio e di gestione ambientale, conseguendo significativi risultati nella tutela e valorizzazione dei sistemi insediativi che delle zone agricole, dotate di
alte valenze paesaggistiche.
Pur godendo di una reale “centralità” geografica, il comprensorio collinare mantiene una sua evidente eccentricità economica a cui corrisponde una altrettanto evidente “carenza” infrastrutturale.
Non è casuale che grandi opere di scala regionale, previste sul territorio come: la problematica messa in sicurezza del Tagliamento, il completamento della superstrada Pordenone - Gemona e la ristrutturazione degli assi viari statali, siano sostanzialmente bloccate, per irrisolti problemi di impatto ambientale e sociale o per carenza di risorse finanziarie.
Se a queste opere sommiamo quelle di scala più locale, già avviate o programmate nei singoli comuni, come la ricostruzione dei castelli fortemente danneggiati dal terremoto del 1976, l’ulteriore qualificazione e fruizione del centro storico di San Daniele e di altri siti storici come la Fortezza di Osoppo, il “Monte” di Buja, il borgo di S. Margherita del Gruagno a Moruzzo, solo per citarne alcuni, si può facilmente immaginare il salto qualitativo che il territorio potrebbe compiere, se tutti questi interventi potessero essere realizzati.
Alcune di queste opere hanno imboccato la fase conclusiva della loro realizzazione, altre si stanno confrontando con gli ultimi approfondimenti progettuali, mentre una quota residua deve trovare un adeguato riscontro programmatico e di copertura finanziaria.
Il salto qualitativo, precedentemente ipotizzato, potrà essere raggiunto solo con degli interventi di grande spessore progettuale e di contenuto impatto ambientale attraverso delle soluzioni tecniche rese compatibili con le caratteristiche storiche, ambientali e paesaggistiche dei siti interessati.
Il paesaggio di domani
La stagione degli interventi quantitativi risulta quasi del tutto superata.
Le premesse conoscitive e la consapevolezza del valore identitario dei
luoghi e delle risorse risultano acquisite. Gli strumenti di pianificazione e
programmazione consegnati ad una rinnovata autonomia locale in un quadro
partecipativo e competitivo ormai maturo. Resta da stabilire, con buoni
margini di indeterminatezza, quale spazio potranno continuare ad avere gli
enti intermedi nell’esplicare le loro competenze su “area vasta” ed ad operare anche per obiettivi di medio-lungo termine.
L’esperienza della “Comunità Collinare del Friuli”, anche alla luce della nuova legge sulle autonomie locali, che introduce significative novità istituzionali ed operative testimonia che l’impegno e gli investimenti pluriennali indirizzati verso la tutela naturalistica, la salvaguardia ambientale e il sostegno allo sviluppo delle economie locali, realizzati in un quadro di riferimento partecipativo e di rispetto paesaggistico, hanno risposto alle esigenze più strategiche e agli interessi più profondi del territorio e della popolazione locale.
Il paesaggio di domani, in quanto valore omnicomprensivo, così come
quello di dopodomani, dovrà conservare i presidi della natura e gli spazi della
memoria con la stessa attenzione e cura dei luoghi dello scambio e della
produzione, consapevoli delle sempre più impegnative sfide economiche di
un mercato globalizzato e le necessità di un contestuale e totale rispetto
degli equilibri ecologici, per contribuire a scongiurare dissesti ambientali che
si profilano sempre più minacciosi all’orizzonte.
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