Atti della Giornata di Studio svoltasi il 18 febbraio 2006
+ Corinna Cadetto
Il sentimento del paesaggio come rappresentazione dell’essere


Che cos’è il paesaggio? Che cos’è questo sentimento che ci accompagna durante tutta la vita, dal momento in cui nasciamo a quello in cui abbandoniamo per sempre il nostro corpo?

E’ il paesaggio un sentimento, un linguaggio delle forme prime, un abitudine ad immaginarsi quello che si è?

Nel 1897 Paul Gauguin dipinse quello che secondo il mio pensiero rappresenta un paesaggio ideale. Ideale nel senso che non si tratta di un paesaggio reale, ovvero un tentativo di rispecchiamento mimetico in qualcosa che ci sta di fronte, e ideale perché si presta perfettamente come modello di spiegazione per ciò che voglio dire. Il titolo di questo olio su tela che misura 139 x 375 centimetri e che oggi si trova a Boston presso il Museum of Fine Arts è Donde veniamo? Chi siamo? Dove andiamo? La storia racconta che Gauguin dipinse questa tela prima di tentare il suicidio nel gennaio dell’anno successivo. L’aveva concepita come un testamento spirituale di alto valore filosofico.

In questa tela ogni elemento dell’iconografia ha significato simbolico e rimanda a qualche aspetto del percorso della vita umana. Questo vuol dire
che tutto ciò che vediamo lì rappresentato, parole e cose, non hanno un unico significato, ma che cambiano e si approfondiscono per mezzo della
nostra capacità di conoscere i segreti collegamenti tra tutte le cose e le parole(1).

Chiedersi che cos’è il paesaggio sembra un po’ come chiedersi chi siamo, da dove veniamo e dove andiamo. Parlare di paesaggio implica quindi una
presa di coscienza dell’esserci, di appartenere appunto a quello di cui vogliamo sapere. Tutto quello che siamo, siamo stati e saremo dipende da noi, dal
nostro sentimento del paesaggio e cioè dal grado di consapevolezza del nostro essere al mondo. Quando Gauguin tentò il suicidio, probabilmente
pensava di aver esaurito le sue scoperte. Pensava che la sua rappresentazione simbolica contenesse tutti gli elementi chiave per spiegare una vita, pensava di essere un deserto i cui giacimenti erano tutti esauriti. Il fallimento del suicidio dimostrò che non era così e che la vita gli riservava ancora la
possibilità di operare delle scelte. Donde veniamo? Chi siamo? Dove andiamo? è dunque e direi fortunatamente, un testamento incompleto, come
incompleta è ogni opera che non descriva il cerchio intero di una vita.


L’incompletezza, come mancanza di dati non significa però vanità, anzi si può considerare come il tentativo di sfuggire alla fine attraverso la comunicazione del provvisorio. Il paesaggio che riusciamo a inquadrare in un determinato momento esprime le nostre attuali conoscenze e quindi ciò che adesso siamo. E’ un’idea, l’idea di un paesaggio in cui il confine tra fuori e dentro si confonde nel bisogno di essere attraverso la comunicazione.

Un paesaggio ideale presuppone due punti totalmente oscuri, due misteri: uno è l’inizio e uno è la fine. Sul Donde veniamo? e sul Dove andiamo?
non c’è alcuna certezza, né risposta che si possa ritenere vera. Ci sono però un’infinità di teorie che tentano più o meno scientificamente di dare una visione, cioè di fare luce su questi misteri. Restando all’interno di questi due imperscrutabili misteri che Gauguin simboleggia attraverso l’uso del colore giallo accampato sugli angoli alti del suo testamento, possiamo parlare di paesaggio. Lo studio del paesaggio si interessa alle teorie sui fini ultimi della vita solo per spiegare le eventuali simbologie che si possono leggere nel quadro della realtà, sia essa un dipinto, una faccia, un albero o un insieme di cose che comunque devono essere limitate da una cornice.

Il discorso sul paesaggio presuppone, almeno a livello ideale la frequentazione libera e disinteressata del tempo e quindi, una certa conoscenza della storia. Collocarsi in un dato punto di questo divenire si può considerare invece una conoscenza di tipo spaziale che implica un sapere che è proprio della geografia. Così in Gauguin, la storia si esprime attraverso le diverse età della vita e la rappresentazione di statue o elementi della mitologia religiosa, mentre la geografia è quello strato ondulato di caldi colori terrestri che allontanandosi verso l’orizzonte tendono finalmente al blu.
Parlare di paesaggio significa dunque comprendere i diversi saperi e renderli partecipi di quello che si può considerare un saggio sul proprio essere.
Attraverso la propria capacità di lettura del paesaggio l’io dimostra e comunica la sua esistenza come cosa provvisoriamente finita. Poi tutto ricomincia ed ogni nuova scoperta si aggiunge alle precedenti, che dentro la cornice ormai delimitata, continuano a svelare e a rivelare il mistero degli angoli gialli.

La presa di coscienza di un rapporto continuo e necessario con le conoscenze che compongono il nostro paesaggio non dovrebbe dimenticare l’origine sensazionale che ad un certo punto ha fatto sorgere la prima domanda. E’ nei sensi e nella loro capacità di vibrare e di connettersi con tutte le infinite forme dell’essere che abitiamo che risiede il particolare sentimento di ognuno, ciò che rende unica e insostituibile ogni testimonianza. Avanzati questi presupposti che riguardano il mondo ideale è possibile concretizzare in un’immagine reale il senso di un particolare paesaggio.

Quello che lentamente ci appare è un castello che spunta in vetta ad una collina. E’ il castello di Colloredo di Monte Albano.

Vediamo dall’alto e scopriamo le strade che uniscono questo luogo al resto del mondo. Vediamo da vicino che ci sono persone che vivono lì, nel paese
che circonda il castello. Entriamo nei libri e apprendiamo la lunga storia di queste genti e dei muri che hanno scelto per abitare. E proprio tra i libri, che
sono poi dei paesaggi descritti da altri, troviamo la più conosciuta immagine di Colloredo e del suo castello. Un’accurata descrizione degli interni, delle
stanze che hanno formato la sensibilità di Ippolito Nievo e che non sono altro che la metafora di tutto ciò che lo circondava. Nelle sue Confessioni di un
ottuagenario il giovane, ma ormai maturo Ippolito realizza proprio quel testamento spirituale abortito dallo sperimentatore Gauguin. Forse senza
volerlo, ma sicuramente spinto da un’urgenza fuori dal comune egli compie la sua opera definitiva prima di raggiungere il grande mare. Gli spazi e i tempi
interiori descritti nel grande affresco nieviano non sono altro che la metafora di tutto ciò che stava all’esterno e che lo comprendeva.

Attraverso le diverse letture di un paesaggio, in particolare quello di Colloredo e della sua comparazione con altre realtà è possibile prendere
coscienza di ciò che siamo. Ancora, e fatto più importante, in base a questa consapevolezza possiamo operare delle nuove scelte che determinino un futuro sostenibile, cioè un futuro in cui la qualità sia l’elemento fondamentale. Certo che l’idea di paesaggio ha bisogno di tempo per formarsi e soprattutto
di spazio, lussi nell’epoca attuale che corre sfrenata verso l’accumulo di qualsiasi cosa. Certo che le scelte costano molto e non sono quasi mai un investimento fruttuoso a breve termine. Certo è difficile svincolarsi dalla visione globale di un mondo assolutamente sordo ai problemi particolari di un determinato luogo, ma proprio per questo lo studio del paesaggio è una sfida di grande interesse per chi mira al bene e quindi alla vita. Pensare che quello che facciamo è per gli altri e che quello che facciamo diventa un problema per gli altri ci permette di ritornare al punto di partenza e cioè a chiederci che cos’è il paesaggio.

(1) Il titolo del quadro è parte della rappresentazione e compare scritto nell’angolo sinistro in alto.

La Torate (torre del castello medievale), la chiesa castellana di Sant’Andrea, il campanile, la chiesa di Ognissanti e il borgo del ferro di Mels; fine anni 1940 (Archivio Parrocchiale di Mels).

 

Processione di San Lorenzo a Caporiacco, fine anni 1920 (Proprietà Otto D’Angelo).