PAESAGGI FRIULANI DEL NOVECENTO. COLLOREDO DI MONTE ALBANO
L’esperienza dello studio del paesaggio è affascinante, intrigante e insieme un po’ angustiante, come ogni sfida aperta: chi ha familiarità con questo tema sa bene, infatti, che, per quanto possa e sappia dilatare il prisma di analisi, approderà a esiti finali comunque incompleti, poiché ancora nessun approccio è riuscito a coglierne e a renderne per intero l’essenza. Il nodo risiede nell’attributo principe del paesaggio, la complessità, che discende dal suo essere intrinsecamente e inscindibilmente tanto partecipe della storia e della natura, e perciò perennemente mutevole, quanto dato reale e rappresentazione. Percepibile ai sensi, e prioritariamente alla vista come immagine di quel territorio che è il teatro e l’oggetto dell’azione umana, ma anche come insieme di colori, suoni, sensazioni, “atmosfera” che ci avvolge e coinvolge, quid concreto e contemporaneamente psichico che ci specchia e in cui ci rispecchiamo, che ci plasma e che noi stessi contribuiamo a riplasmare e a riprodurre in termini e con significati sempre rinnovati, legando insieme memoria e presente e gli spazi del vicino e del lontano, il paesaggio – ogni paesaggio - è un pluriverso, un universo suscettibile di più letture, ciascuna legittima ma, come si diceva, tuttavia sempre parziale, dato che nessuna è ancora in grado di vincere la sfida dell’intima e integrale sua comprensione ed esplicitazione. Un universo che sa poi esprimere anche la qualità della bellezza, come invece il tempo non può fare. Il contributo di Corinna Cadetto in altra parte del volume esprime bene quali siano le potenzialità percettive e interpretative insite in questo polisemico, proteico concetto (cfr. anche Micelli-Vaia, 1995).
Dinanzi a tale scoglio, affronterò il tema che mi è stato affidato seguendo pochi e precisi fili conduttori e i metodi con cui ho più consuetudine, nell’obiettivo fondamentale di dare coerenza alla mia personale e ovviamente non esaustiva - per quanto appena premesso – lettura. Molteplici, lo si è accennato, sono gli approcci allo studio del paesaggio, ma, in estrema sintesi, si può affermare che due sono gli orientamenti fondamentali, l’uno che tende a privilegiare il versante oggettivo e l’altro quello della rappresentazione.
Qui cercherò di coniugare al meglio le due prospettive, selezionando da entrambe alcune chiavi analitiche, e di legare la lettura del paesaggio come prodotto storico-sociale-culturale, entro la visione del tempo nello spazio che ricerca nelle tracce di assetti passati le matrici del presente, e ne ritiene le condizioni generatrici (poiché sempre e comunque sono strette le inter-connessioni tra dinamiche sociali e dinamiche territoriali), all’altra, il cui fuoco si sposta dall’attenzione ai processi di trasformazione, al gioco delle inerzie e permanenze e alla riassunzioni di funzionalità-vitalità, al campo della soggettività, in cui lo studio del paesaggio si àncora alle percezioni legate alla memoria, all’affettività, alla sfera simbolica e dei valori e ad altre coordinate dell’esperienza e del vissuto, tanto dei singoli quanto collettive.
Non è citazione di maniera, imposta dal luogo in cui ci troviamo, richiamare la metafora nieviana del Friuli piccolo compendio dell’universo, in quanto essa mi consente qualche ulteriore precisazione, prima di entrare nel vivo dell’analisi, che si fonda sull’interpretazione di una serie di immagini novecentesche e attuali di Colloredo di Montalbano e dei suoi dintorni, un’interpretazione intrisa di personali suggestioni storiche e letterarie e condizionata emblematicamente soprattutto dallo spartiacque materiale ed esistenziale del terremoto del 1976 e perciò marcata da vuoti, da ciò che oggi non esiste più.
Più esattamente, i paesaggi storico-culturali che ci circondano rinviano a fenomeni e processi comuni ad altre parti del Friuli, ma riflettono, come si vedrà, anche situazioni peculiari: questo scritto gioca dunque – dando senso al ricordo nieviano - sul rapporto tra analogie e differenze, tra presenze e assenze, sul rinvio reciproco tra vicino e lontano spazio-temporale. E anche se è vero che la storia plasma il paesaggio, ma non si esplicita immediatamente e totalmente in esso e necessita a tal fine di una nutrita serie di indagini complementari di varia natura, il filo che seguirò è quello che connette il paesaggio alla storia.
Prima di procedere al commento delle foto, la cui sequenza segue il classico percorso cronologico progressivo - individuando come cesura per l’evoluzione sociale e paesistica il quindicennio compreso tra l’avvio della modernizzazione e i sismi del 1976 -, devo un grazie sincero a Francesco Micelli e a Javier Grossutti, che con il loro recente Conti e contadini a Colloredo di Monte Albano (2005) mi hanno consentito di disporre di alcune informazioni e conferme preziose.
1. Prima della modernizzazione: i paesaggi rurali fino al 1960
La prima foto della serie (Fig. 1) è stata scelta per essere non la meno recente (è infatti datata 1950), ma la meglio rappresentativa di un sistema socio-spaziale che ha caratterizzato lungamente la pianura friulana e che, pur avendo iniziato altrove a entrare più o meno pesantemente in crisi già nel corso del XIX secolo, è riuscito a perdurare localmente fino agli anni ’60 del Novecento (cfr. in particolare Micelli – Grossutti, 2005). Si allude alla forte e inconsuetamente prolungata dominanza in questo territorio della proprietà nobiliare e dei rapporti di ascendenza feudale con cui essa ha continuato a vincolare i ceti contadini sottoposti, sotàns senza terra e piccolissimi proprietari costretti dall’esiguità dei loro possessi a divenirne affittuari: un quadro in cui l’orologio della storia sembra essersi bloccato su condizioni non molto dissimili da quelle che alimentarono le grandi ondate migratorie postunitarie (che, a titolo di cronaca, dimezzarono, sia pure con caratteri di temporaneità, la popolazione di questo comune, pari nel 1912 a circa 3.200 abitanti: Marinelli, 1912, pp. 479-480), per riavviarsi solo a boom economico già avanzato e omologare l’area in esame con il resto del Friuli particolarmente in seguito ai terremoti del 1976.
Scattata, come si è appena detto, in un momento di poco precedente gli anni decisivi per la modernizzazione, ma indicativa di un assetto che non lascia trasparire palpabili segni di cedimento (e di fatto qui mancò un’adesione fattiva alla dura, seppur vana, protesta dei braccianti del Cormòr che di lì a poco si sarebbe aperta), la foto ci consegna l’immagine di un territorio intensamente e ordinatamente coltivato, cesellato da un parcellare a prevalenti campi chiusi, delimitati da siepi o filari arborei, in cui spiccano lunghi allineamenti di gelsi, con presenze di vigneti, seminativi e pochi prati: in tal modo si connotavano abitualmente in passato gli spazi agrari più prossimi a un centro abitato, la cosiddetta taviele (tavella), oltre la quale si distendevano le colture meno pregiate, i pascoli, le superfici boscate ed eventualmente gli incolti improduttivi.
Cosa ci consente di connettere le forme paesistiche alla storia, alle strutture e agli attori sociali cui si deve tale tessitura? Il segno più significativo per penetrare entro e dietro la trama suggestiva di questo paesaggio è la presenza – in primo piano – della coltura promiscua, ossia della consociazione in un medesimo appezzamento di colture diverse (nello specifico, i filari arborati vitati posti ai margini di un campo e/o inframezzati ad altre coltivazioni), che rinvia ad un’agricoltura arretrata, di sussistenza, segno esplicito del persistere di alcune delle condizioni – sociali, economiche e tecniche - che rendevano nel 1800 l’agricoltura friulana tra le più arcaiche della penisola. Essa rimarca, ancora a un secolo di distanza, la sempre larga esistenza di una piccola e piccolissima proprietà fondiaria non autosufficiente, che poco è stata in grado di emanciparsi con le rimesse della pur consistente emigrazione locale, e che pertanto ha continuato a dover ricorrere, per sopravvivere, a ulteriori superfici coltivabili, e quella di un ceto contadino rimasto avulso dalla proprietà della terra, l’una e l’altro legati da un duro sistema di patti agrari (mezzadria, enfiteusi, affitto, colonato, ecc.) ai concessionari dei fondi: il rispetto delle rigide clausole contrattuali con la possidenza (i canoni erano per lo più di tipo misto) imponeva tale scelta colturale, che portava al supersfruttamento dei terreni e al calo progressivo delle rese per l’assenza - e l’impossibilità - di concimazioni e rotazioni adeguate.
In breve, i tratti del paesaggio confermano i risultati della ricerca di J. Grossutti circa la sopravvivenza fino a cinquant’anni fa di condizioni complessive che rammentano quelle emblematiche del XVIII secolo, quando si affermò la triade colturale vino-grano-mais, vale a dire un insieme di produzioni che doveva consentire di far fronte sia a quanto doveva essere corrisposto ai proprietari (grano, vino, gallette) sia alle esigenze alimentari degli agricoltori (mais, base di un regime alimentare monotono, scarso e nutrizionalmente carente); e riporta ancor più lontano nel tempo il persistere -che il paesaggio non esplicita - della consuetudine feudale delle corvées, prestazioni d’opera obbligatorie e gratuite a beneficio dei proprietari medesimi.
La buona evidenza nella Fig. 1 delle viti maritate ci porta a ricordare come queste siano assurte ad emblema per antonomasia della coltura promiscua. Al di là delle negative connotazioni sociali ed agronomiche che distinguono tale sistema e di cui si è detto, va sottolineata però la sapienza derivata dall’esperienza nella scelta, per esempio, delle essenze arboree, che venivano selezionate in modo da non danneggiare con l’apparato radicale e con una chioma troppo abbondante le coltivazioni associate, e per poter soddisfare le necessità di un’integrazione alimentare (alberi da frutto) o economica (gelsi, che si diffondono capillarmente soprattutto a partire dal XVIII secolo a bordare soprattutto campi e strade grazie allo sviluppo dell’industria serica, che alimenta la bachicoltura domestica, piccola fonte di reddito per le famiglie contadine e comunque allevamento necessario in quanto i patti agrari imponevano molto spesso a coloni e mezzadri di conferire le gallette ai proprietari fondiari; si rammenti la filanda di Mels che all’inizio del Novecento occupava 120 persone: Marinelli, 1912, p. 480), per ricavarne materiale da brucio o da opera, senza magari sprecarne le frasche. Vale la pena di rammentare come sino ad anni vicini, prima dell’uso generalizzato del cemento, la vite non fosse quasi mai allevata a palo secco, in quanto il tutore ligneo veniva di solito regolarmente rubato (si pensi allo struggente film di Ermanno Olmi, L’albero degli zoccoli, e non è fuori luogo ricordare anche Gli ultimi di padre Davide Maria Turoldo).
A un diverso orizzonte sociale, quello opposto, rimandano i vigneti specializzati riconoscibili sullo sfondo: è una presenza spiegabile con la felice posizione rispetto al soleggiamento e con la favorevole natura del suolo collinare, e, in quanto coltura di pregio, con la contiguità all’abitato (si vedano anche le braide murate con i merli un tempo vitati lungo lo stradone di accesso al castello), ma che si lega senz’altro a una gestione diretta della grande proprietà residente o al lavoro delle corvées (si vedano le significative differenze con la Fig. 2).
Fig. 1. Veduta di Colloredo di Monte Albano nel 1950 (foto Mansutti).
Fig. 2. Il paesaggio rurale circostante, Mels 1940 (foto Mansutti).
Allargando lo sguardo alla Fig. 2, che risale al 1940, è possibile cogliere ulteriori elementi che gettano luce sulla storia sociale. Risalta il parcellare minuto a campi chiusi. Guardando al primo aspetto, che negativamente accomuna le campagne di quasi tutta la regione, esso è immediatamente percettibile, mentre non lo è un secondo carattere patologico dell’agricoltura friulana che regolarmente si accompagna al precedente, la frammentazione della proprietà, inclusa quella maggiore; ne esiste un terzo, che è tuttora rappresentato dall’insufficienza delle infrastrutture irrigue, fondamentali nell’alta pianura siccitosa. In proposito, è ancora il Marinelli (1912, p. 480) a informarci che agli inizi del Novecento il comune pativa per le carenze d’acqua; soffriva in realtà anche per motivi opposti, poiché varie aree tra le bassure inframoreniche erano soggette a impaludamenti e ristagni idrici: vennero perciò realizzati abbastanza precocemente alcuni lavori di bonifica e canalizzazione, registrati dalla cartografia dell’epoca (per esempio a sud del castello).
Tornando alle dimensioni degli appezzamenti, la loro minutezza dipende tradizionalmente, per i beni in piena proprietà, oltre che dall’impossibilità di acquisire superfici più ampie per i meno abbienti, delle norme egualitarie codificate dal diritto latino per le successioni ereditarie oppure dai criteri seguiti per l’appoderamento – che era commisurato alle capacità di lavoro delle famiglie a cui la terra era concessa in uso a vario titolo e alle condizioni materiali e agli strumenti agricoli in uso.
La foto aerea datata 1957 (Fig. 5) indica, confermandolo su scala più ampia, che a distanza di quasi due decenni il quadro del parcellare non è strutturalmente mutato, in forza delle ancora non superate condizioni di arretratezza socio-economica, cui si deve evidentemente anche il (non solo qui) molto lento e tardo diffondersi della meccanizzazione, che sottintende esigenze di razionalità economica e comporta conseguentemente l’ampliamento delle superfici coltivabili e l’eliminazione di quanto ostacola e rallenta il lavoro delle macchine. Non è ancora giunto il tempo degli svegramenti generalizzati, massicci e indiscriminati di siepi e filari arborati, che stanno ovunque allargando le spoglie distese dei seminativi nudi, e che non hanno risparmiato neppure i gelsi, divenuti economicamente irrilevanti dopo gli anni ’50, quando il sopravvento delle fibre sintetiche ha portato al declino dell’industria serica e, a ruota, della bachicoltura domestica che la sosteneva.
A completamento dell’analisi della Fig. 2 (ma si veda anche la Fig. 3), resta da sottolineare come la frazionata trama agraria sia dominata dai campi chiusi, contornati da filari arborei o da siepi, allora, diversamente da oggi, oggetto di manutenzioni costanti, se non di incremento -certamente, si pensi ai gelsi, non si procedeva alle brutali e drastiche capitozzature odierne ai fini di ridurre il numero delle potature (ho viva e chiara la memoria di giochi infantili e passeggiate estive resi più piacevoli dall’ombra della loro folta, tondeggiante e, allora, più ampia chioma). Questo nostrano bocage consente di cogliere piuttosto chiaramente le fattezze del cosiddetto paesaggio tradizionale friulano, quello della piantata. Diversamente da quanto si può ritenere, questa struttura non è però particolarmente antica. Il suo processo espansivo si avvia in realtà per buona parte all’incirca dal XVIII secolo (oltre a una serie di dipinti dell’epoca, gli stessi catasti della prima metà dell’Ottocento testimoniano di una sua presenza concentrata principalmente nell’ambito della tavella) e si giustifica con motivazioni economiche (cfr. la sericoltura e i gelsi), ma pure come segno dello sviluppo della proprietà privata della terra, allargatasi rapidamente dalla seconda metà del Seicento a spese del vastissimo patrimonio fondiario di utilizzo
Fig. 3. Il paesaggio rurale attorno alla torre e alla chiesetta di S. Andrea a Mels, 1945 (foto Mansutti).
comunitario (beni comunali): infatti la recinzione viva dei campi divenne lo strumento più diffuso per tutelare le colture contro le servitù collettive (pascolo vago) vigenti sui campi non difesi e contro cui risultarono a lungo impotenti anche le posteriori leggi di abrogazione.
Ci pare interessante una breve digressione sui beni comunali, ai quali ci riporta la carta del XVIII secolo riprodotta in Fig. 4. Tali beni, come suggerisce l’aggettivo, erano àmbiti deputati all’uso collettivo degli abitanti di uno o di più villaggi (ville), i quali, a seconda delle loro caratteristiche naturali, potevano servirsene a fini di pascolo, legnatico, sfalcio, ecc. Potevano talora essere di piena proprietà del consorzio delle famiglie originarie di una comunità (pare sia così a Mels, cfr. Provincia del Friuli, 1818), ma sotto il dominio veneto furono per la grandissima parte “nazionalizzati” dalla Serenissima e da questa riconcessi “per gratia” in uso ogni dieci anni alle ville che da secoli per consuetudine li detenevano in godimento. Rappresentavano una fonte di risorse integrative fondamentali per le diseredate masse contadine ed è quindi comprensibile che queste le difendessero a oltranza contro abusi e usurpi, di cui si resero protagonisti sia la nobiltà che le comunità confinanti: i beni comunali divennero pertanto elemento insieme di aggregazione e di identificazione territoriale, alimentarono contemporaneamente il senso di appartenenza e coesione all’interno delle comunità e il particolarismo al loro esterno. La carta citata ci informa proprio della presenza di un comunale conteso tra i nobili Colloredo e Vendoglio: era dunque in corso tra questi attori una vertenza giudiziaria, un fatto assai comune all’epoca, anche e soprattutto tenendo in conto che Venezia aveva avviato nel 1646 quel processo di alienazione delle terre collettive - portato poi a completamento dal governo austriaco con la Patente imperiale del 1839 che spogliò gradualmente le ville di questa vitale risorsa.
Ricordo solo a fini informativi che presso l’Archivio storico dell’Ispettorato delle Foreste di Udine sono conservati alcuni manoscritti con le copie di atti sei-settecenteschi di concessione di questi beni alle comunità rurali friulane (gli originali si trovano presso l’Archivio di Stato di Venezia): esattamente nel quinto volume è contenuto il documento che ne attesta una presenza nel 1610 pari a 423 campi nelle sole pertinenze della villa di Colloredo di Monte Albano (un territorio ben più ridotto rispetto all’attuale circoscrizione municipale nata dalla riforma amministrativa napoleonica, che dunque doveva complessivamente godere di un patrimonio ancora più cospicuo - Caporiacco, per esempio ne deteneva estensioni pari a 93 campi, di cui 4 nel 1788 oggetto di usurpi da parte dei nobili omonimi). Rinviando ad altra sede per un’analisi puntuale di questi atti, mi piace qui comunque riportare un breve passo tratto dall’Investitura dei beni comunali a “Colloredo di Monte Alban” in data 29 luglio 1610 (con “renovatione” del 19 maggio 1788), che recita testualmente: “Curtio Colloredo possiede una Stradella di pocha quantità, qual serviva per transito al Comun,” e “Nicolò Colloredo, parimenti possiede una Stradella di poco momento, al’incontro delle qual due Stradelle” i detti Curtio e Nicolò “anno fatto una Strada per mezzo li suoi Campi tolendo del suo terreno acomodata nel mezzo della Villa diritissima et larga…che vi è terreno per diece volte più” e ciò fu fatto per comodità “del Comun et bellezza della Villa et il Comun resta molto sattisfati e contenti”.

Fig. 4. I confini della giurisdizione dei Colloredo a Colloredo e Mels e il terreno comunale oggetto di contenzioso con Vendoglio nella mappa di Francesco Cechino datata 21 marzo 1716 (Galleria dei Disegni e delle Stampe dei Civici Musei di Udine, inv. 819). Tratto da Donazzolo - Pesaro, 2005, per gentile concessione dei Civici Musei e Gallerie di Storia e Arte di Udine (autorizzazione del 4.7.2006).
2. I paesaggi della modernizzazione e del post-terremoto
Le Figg. 5 e 6 sono poste in sequenza per consentirne il raffronto immediato e cogliere le differenze paesistiche intervenute tra il 1957 e il 1984 (anni a cui rispettivamente risalgono le due foto aeree). Rinviando a quanto già scritto per la Fig. 5, ci soffermiamo sulla successiva Fig. 6, di cui segnaliamo solo due dati macroscopici, le modificazioni dimensionali del parcellare e lo sfilacciarsi e diradarsi dei campi chiusi rispetto al quadro di 25 anni prima. Quanto li sottende è un mutamento socio-economico e culturale radicale, sociologicamente parlando una rivoluzione: l’avvento e l’affermazione della modernizzazione. Qualche altro elemento, per esempio l’autostrada che scorre a breve distanza da Colloredo, è anche figlio stretto del terremoto del 1976. Che non ha innescato, ma, come

Fig. 5. Il paesaggio agrario nell’area di Colloredo di Monte Albano in una foto aerea del 1957
(Fotografia Aerea dell’Istituto Geografico Militare, Volo 1957 - F. 25, s. XV, n. 2936; Auto-rizzazione n. 6232 del 18.07.2006).
è stato ampiamente chiarito, ha solo velocizzato quel processo di uscita dalla marginalità del Friuli iniziato timidamente al chiudersi degli anni ‘50 e che ha toccato più tardivamente questa realtà, salvo annullarne in seguito e rapidamente ogni sostanziale differenza con il resto del territorio regionale.

Fig. 6. Il paesaggio agrario nell’area di Colloredo di Monte Albano in una foto aerea del 1984
(Fotografia Aerea dell’Istituto Geografico Militare, Volo 1984 - F. 25, s. 5, n. 33; Autoriz-zazione n. 6232 del 18.07.2006).
I due tratti del paesaggio ricordati sono l’effetto visivamente più evidente delle mutate condizioni sociali e tecniche del mondo agricolo che si inseriscono e sono esito di un cambiamento di portata globale, che ha investito praticamente ogni aspetto della vita. Parte degli anni ‘50 e gli anni ‘60 sono quelli del boom economico, che è importante anche perché offre nuovi sbocchi all’emigrazione, che ora può indirizzarsi all’interno del nostro Paese, fatto che rendeva meno difficile la scelta di partire per chi cercava un miglioramento alle proprie condizioni di vita. Il flusso migratorio in uscita si intensifica, pertanto, in questi anni nel nostro comune e l’indisponibilità di braccia alimentata dalle nuove prospettive finisce per mettere in crisi la grande proprietà agraria e i sistemi di conduzione su cui si era retta fino ad allora. Inizia dunque il suo smembramento, mentre le rimesse degli emigranti permettono la formazione di nuove aziende o ’ingrandimento di altre già esistenti. Un passo ulteriore deriva dal decollo del processo regionale di industrializzazione sotto la spinta delle azioni promosse dalla neonata regione (1963) e soprattutto delle iniziative spontanee individuali, che alimentano quel modello noto come “Via adriatica allo sviluppo” o “modello Nord-Est-Centro” e caratterizzato peculiarmente dalla diffusione e disseminazione sul territorio friulano di imprese di piccole e medie dimensioni.
Una sua rilevantissima conseguenza socio-spaziale è l’arresto dell’emigrazione e la sua trasformazione in pendolarismo; iniziano pure i rientri degli emigrati, che si accresceranno in seguito alle esigenze della ricostruzione post-sismica (da allora, il Friuli comincerà a invertire il suo destino di terra d’esodo). Il luogo di lavoro dista ormai al massimo qualche decina di chilometri ed è pertanto possibile mantenere l’abitazione nel luogo di residenza, grazie a servizi pubblici di trasporto migliori e all’uso dell’auto privata, ora divenuta economicamente abbordabile quasi per ogni tasca (e l’espansione galoppante della motorizzazione determinerà a sua volta l’ammodernamento e l’ampliamento della rete stradale, incluse la realizzazione, “a risarcimento” del terremoto, del tronco autostradale per l’Austria e la proliferazione attuale delle ossessionanti rotonde finanziate con fondi dell’Unione Europea). I paesi cessano di essere ulteriormente depauperati demograficamente e vi diviene emblematica la figura del “metalmezzadro”, ossia dell’operaio che dedica il tempo libero dal lavoro in fabbrica o nell’edilizia alla coltivazione dei propri campi (part-time agricolo): non è raro che in molte famiglie sia stata la moglie ad assumere lo status di coltivatrice diretta. Si sviluppa anche il conto-terzismo, non convenendo in molti casi acquistare direttamente macchine e strumenti costosi, ma piuttosto affidare le operazioni agricole a professionisti del settore. Da qui la grande ed emblematica estensione della monocoltura del mais, la più economica dal punto di vista della sua gestione. Nonostante le circostanze favorevoli e gli incentivi derivanti dalla politica comunitaria in materia, non pochi abbandoneranno sempre più spesso in progresso di tempo l’agricoltura (esodo agrario), lasciando magari l’azienda a conduzione diretta nelle mani dei genitori anziani (senilizzazione dell’agricoltura) e cedendola alla loro scomparsa. Nel corso degli anni, giungendo fino ad oggi, per effetto di queste dinamiche, il numero degli attivi nel settore primario si è drasticamente ridotto, e molto sensibilmente anche quello delle aziende, che però hanno potuto beneficiare di notevoli ampliamenti di superficie.
Dunque, processi socio-economici legati a dinamiche avviate dal lontano (“triangolo industriale” del Nord-Ovest in primis) e dal vicino (“triangolo della sedia”, per esempio) stanno alle radici dell’ampliamento anche locale del parcellare, la cui progressiva denudazione da alberi e siepi e traduzione in deserto cerealicolo è frutto diretto, come si è visto precedentemente, della meccanizzazione capillare, che confina in tempi che paiono assai più lontani di mezzo secolo fa le immagini delle trebbiature eseguite collettivamente in ogni paese nell’aia dei maggiori proprietari.
Venendo al nostro comune, tale ingrossamento, oggi più evidente rispetto a vent’anni fa, discende solo dal mercato privato del possesso fondiario e aziendale, in quanto non sono intervenuti interventi pubblici di riordino fondiario. Le Figg. 7 e 11 offrono un esempio dell’evoluzione intercorsa, la prima in particolare è spia di trasformazioni drastiche, mentre la seconda rivela caratteri più conservativi di una trama che lascia trapelare ancora con notevole chiarezza l’impronta del sistema della coltura promiscua.
Le Figg. 8 e 10 invece evidenziano la modernizzazione dell’agricoltura, mettendo a confronto le di per sé eloquenti strutture della moderna azienda che sorge alle spalle del castello con quelle di una vecchia abitazione contadina oggi abbandonata e dei suoi annessi rustici. Al di là dell’evidenza dei bovini al pascolo negli spazi adiacenti a molte aziende, la ragguardevole presenza dell’indirizzo zootecnico è richiamata dalla notevole incidenza nel territorio di colture foraggere e prati. Invece il vigneto ha oggi una scarsissima diffusione, e si limita in genere a qualche filare vicino alle abitazioni, dove spesso si mantengono tracce dell’antica coltura promiscua (viti maritate). Non manca nell’ambito comunale qualche pioppeta, che si sposa forse con gli altalenanti e contraddittori indirizzi della politica comunitaria (set-aside?) e/o forse con forme di part-time agricolo.
Si è voluto non casualmente lasciare per ultima l’analisi di ciò che rappresenta il mutamento senza dubbio più appariscente entro il paesaggio rurale friulano (l’aggettivo più esatto a qualificare un ambito spaziale in cui l’attività agricola non è più né presenza né forza plasmatrice esclusiva): l’espansione edilizia dei centri abitati a fini produttivi, commerciali e di servizio e, naturalmente, residenziali, che ha potuto generare la saldatura tra città e comuni di cintura (periurbanizzazione: cfr. Udine con Tavagnacco o con Pasian di Prato) o tra centri vicini. Il territorio in esame non è immune da questa tendenza, che ha conosciuto più fasi.
La prima, a grandi linee, è riconoscibile nella ristrutturazioni preterremoto che hanno riguardato le vecchie case contadine, profondamente alterate nella loro tipologia originaria interna ed esterna a ripetere modelli urbani per dotarle, a compensazione di una vita dura e disagiata, di comforts prima inesistenti (si veda la Fig. 10, con il servizio igienico all’esterno), a prescindere dall’abbandono dei proprietari dell’attività primaria o meno, e nella costruzione di nuove abitazioni, sovente ai margini dei nuclei storici, le une e le altre sempre più, ora, destinate a famiglie nucleari. Tale carattere sociale si mantiene nelle costruzioni più recenti, villette unifamiliari con giardino e talora un pezzetto di orto, in cui la funzione residenziale è esclusiva e appare abitualmente reciso ogni legame con l’agricoltura (v. Fig. 9).
La seconda fase espansiva - la più intensa, in quanto risente soprattutto del fervore edilizio e dello slancio economico che accompagnano gli anni della ricostruzione post-terremoto, e che ha mutato spesso radicalmente anche la fisionomia dei centri rurali non toccati dal sisma - abbraccia, oltre alla categoria di abitazioni di cui si è appena detto, una nuova ondata di ristrutturazioni, legata a una nuova visione culturale, che è quella del recupero il più fedele possibile delle tipologie tradizionali, almeno all’esterno, del patrimonio edificato storico. In questo caso gli interventi sono decisamente più pregevoli, o almeno gradevoli, esteticamente, anche se la perdita della funzione originaria sembra talora metterne oggi maggiormente in risalto una sorta di decontestualizzazione.
Il comune sembra invece ancora sostanzialmente risparmiato da una più recente e potente trasformazione in senso esteriormente urbano, segnato altrove dalla diffusione, sovente rilevante, di abitazioni condominiali e dal moltiplicarsi delle lottizzazioni, opprimenti per la densità dei volumi di cemento rispetto allo spazio verde disponibile, delle villette a schiera. Tutto ciò probabilmente in carenza di quel fenomeno del neoruralismo che ha marcato la vicina Pagnacco, dove si sono trasferiti molti professionisti udinesi e che, pertanto, è divenuta appendice residenziale della città e, soprattutto, il suo essere alquanto discosto dall’asse stradale della Pontebbana, lungo la quale la concentrazione di centri commerciali ha portato, dagli anni ’80 appena trascorsi, alla realizzazione galoppante di un continuum edificato e cementificato: è il dominio dei cosiddetti non-luoghi, spazi privi di ogni tradizione storica e sociale e perciò di ogni valenza simbolica, spazi del consumo e dell’effimero, che hanno scardinato ovunque la rete dei piccoli esercizi familiari, e prima di tutto hanno dato il colpo di grazia a quella struttura peculiare che associava la mescita di vino e bevande – l’osteria - alla vendita di generi alimentari, e poi ospitò anche il posto telefonico pubblico: “la buteghe”, punto di riferimento funzionale e di aggregazione sociale fondamentale per le comunità paesane fino agli anni del terremoto.
Oggi, quelle che non hanno cessato l’attività e le vecchie osterie si sono trasformate – anche qui - il più spesso in bar più o meno modernizzati, omologati e anonimi, o magari in pub e, nel migliore dei casi, in ristoranti alla moda, e non è sempre facile dedurne dalle fattezze attuali la fisionomia, e ripercepirne l’atmosfera, di un tempo.
La modernizzazione, sollecitata dal terremoto, ha macinato nel suo rullo un intero sistema di vita e di valori, sostituendolo ovunque con il modello urbano che non si limita alla fattezza delle abitazioni, ma abbraccia l’intero modo di concepire e condurre l’esistenza, senza che vi incida la professione svolta, e che ha fatto cadere le distinzioni tra campagna e città. Qualche casa contadina abbandonata, lacerti sempre più residuali delle strutture agrarie chiuse e di boschette, gelsi sempre più drasticamente capitozzati entro la maglia progressivamente più larga e più nuda del parcellare e qualche vite maritata entro l’orto di casa sono tra i pochi elementi che consentono di non smarrire ancora totalmente la memoria di una società e di un paesaggio che un’evoluzione tanto vicina negli anni e così veloce e radicale ha reso non solo obsoleti, ma ha in più portato a farceli percepire come “affondati” in un passato remoto, completamente avulso e staccato dall’oggi.
Ma probabilmente, a Colloredo, a chi in particolare ha più di trent’anni, di tutto ciò parla più eloquentemente il castello, con quelle sue parti che ancora mostrano i segni del sisma. O esso è solo o piuttosto il simbolo di un evento distruttivo, in cui la dimensione della paura e del dramma ha portato a dimenticare ogni differenza tra il prima e il dopo terremoto?

Fig. 7. Il dilagante paesaggio a seminativi nudi tra Colloredo di Monte Albano e Pagnacco (foto Alma Bianchetti - gennaio 2006).

Fig. 8. Una moderna azienda agricola alle spalle del castello di Colloredo di Monte Albano (foto Alma Bianchetti - gennaio 2006).

Fig. 9. Villette recenti ad Abeacco (foto Alma Bianchetti - gennaio 2006).
BIBLIOGRAFIA ESSENZIALE
C. DONAZZOLO CRISTANTE - A. PESARO (a cura di), di carta, terre. di terre, carte. Il territorio friulano rappresentato e significato in antiche mappe manoscritte, Paolo Gaspari, Udine, 2006, pp. 91 e 97.
Provincia del Friuli. Investitura di Beni Comunali in tempo veneto, voll. 5 e 6, manoscritti, Ispettorato Ripartimentale Foreste di Udine. Provincia del Friuli. Stato dei beni Comunali. 1818, manoscritto, Ispettorato Ripartimentale Foreste di Udine.
F. MICELLI - F. VAIA (a cura di), Paesaggio e qualità della vita, Atti della Giornata di studio. Colloredo di Monte Albano 14 ottobre 1995, Comunità Collinare del Friuli, 1995.
F. MICELLI - J. GROSSUTTI (a cura di), Conti e contadini a Colloredo di Monte Albano. Paesaggi e vita quotidiana nel Novecento, Comune di Colloredo di Monte Albano, Udine, 2005.
O. MARINELLI, Guida delle Prealpi Giulie, Società Alpina Friulana, Udine, 1912, pp. 479 e ss.
G. VALE, Lauzzana. Notizie storiche, a cura di A. Mucchino, Arti Grafiche Friulane, Udine, 1991.