Atti della Giornata di Studio svoltasi il 18 febbraio 2006
+ Andrea Zannini, Università degli Studi di Udine

 

«GLI AGRICOLTORI? MANCANO».

COLLOREDO DI MONTE ALBANO DAGLI ATTI DEL CATASTO AUSTRIACO (1826)


Affermare che il paesaggio storico è un’elaborazione sociale è dire un’ovvietà scontata che merita qualche giustificazione. L’obiettivo di questo intervento è riflettere su alcuni aspetti della realtà di Colloredo di Monte Albano allo specchio di una fonte particolare, il Catasto austriaco, che consente una fotografia per certi versi dettagliatissima del paesaggio storico delle comunità rurali del primo Ottocento. Una fotografia, però, che va colta all’interno del procedimento amministrativo e politico in cui è stata prodotta, e che ritorna, come si cercherà di evidenziare, soprattutto gli elementi sociali che compongono il paesaggio storico nel suo continuo processo di trasformazione.

Il Catasto austriaco è una fonte che, a partire quantomeno dal classico lavoro di Marino Berengo su L’agricoltura veneta dalla caduta della Repubblica all’Unità di una quarantina d’anni fa(1), è stata diffusamente utilizzata per lo studio del regime agrario veneto-friulano. Come è noto, si trattò di una gigantesca operazione di rilevazione e stima reddituale del territorio, finalizzata ad una complessiva ristrutturazione dell’imposizione fiscale sulla proprietà fondiaria e immobiliare: forse uno degli eventi che in maniera più paradigmatica segnarono il passaggio dall’ancien régime al nuovo stato ottocentesco.

Non a caso, iniziato addirittura dalla prima dominazione austriaca nel 1804, venne portato avanti senza sostanziali cambi dall’amministrazione del Regno d’Italia, per essere quindi definitivamente ripreso e portato a termine nel Regno Lombardo-Veneto. In Friuli l’attivazione del censo stabile, cioè la reale applicazione del nuovo riparto al prelievo, ebbe luogo addirittura solo nella cosiddetta terza dominazione austriaca, nel 1851, quindi quasi mezzo secolo dopo la pubblicazione delle prime istruzioni di indirizzo(2).

Uno dei momenti più delicati di questo avventuroso percorso furono i lavori per la stima dei terreni che, in ogni comune censuario, vennero svolti da un’apposita Delegazione censuaria, composta di «tre probi, ed esperti Possidenti deputati dal Convocato o Consiglio Comunale»(3). Mettere in capo ai rappresentanti del ceto possidente un simile cruciale passaggio era stato uno dei punti fermi del progetto del principale responsabile finanziario del Catasto nelle province venete, il feltrino Francesco Mengotti. Era infatti evidente che qualsiasi operazione di riassetto fiscale doveva essere intrapresa dall’imperial-regio governo con e non contro la classe proprietaria italiana. Tanto più che incardinare in ogni delegazione censuaria i maggiorenti locali garantiva che da un paese all’altro gli uni controllassero gli altri, evitando stime improprie e quindi squilibri e difformità in grado di aprire la strada alle elusioni e alle evasioni(4).

Ciò nonostante, come ha messo in risalto Andrea Cafarelli in un suo recente studio sulla proprietà nella Bassa Friulana, la complessa macchina organizzativa del catasto incontrò proprio nella fase di organizzazione delle commissioni di stima locali evidenti difficoltà di avviamento, a causa della resistenza opposta dalla possidenza veneta e friulana nei confronti dell’amministrazione milanese, accusata di applicare criteri difformi tra Veneto e Lombardia, creando quindi i presupposti per una diversa caratura fiscale tra le due province del Regno(5).

Sullo sfondo, va poi tenuto conto che dalla caduta della Serenissima in poi la pressione tributaria sulla terra era aumentata in modo vertiginoso, tanto da gravare fino ad un terzo o alla metà della rendita(6). Un giro di vite che aveva costretto molte antiche casate, magari in piena crisi demografica, ad alienare progressivamente parte del loro patrimonio fondiario, e che comprensibilmente rendeva assai sospettose anche le famiglie di più antica e inoppugnabile fede filoasburgica, come i Colloredo per l’appunto.

In ogni caso, nell’estate del 1826, la delegazione censuaria di Colloredo di Monte Albano portava a termine il proprio lavoro, sottoscrivendo la corposa documentazione con la quale venivano prima “qualificati” e poi “classificati” i terreni. Non si trattava ancora della stima vera e propria, ma delle preliminari, indispensabili operazioni di suddivisione dei terreni prima in “qualità” e quindi in “classi”, che fornendo tutta una serie di informazioni di corredo, avrebbero costituito la base di dati per la valutazione della capacità fiscale del territorio.

Chi firmava gli atti erano il delegato Giuseppe Canciano, assieme al cavalier Ridolfo Colloredo e al conte Pietro Antonio Colloredo: grazie agli alberi genealogici pubblicati da Gian Camillo Custoza non è difficile identificare i due membri della nobile famiglia locale. Si tratta del cavaliere di Santo Stefano Rodolfo III secondogenito del fu Girolamo V, che era stato imperial-regio ciambellano e a sua volta cavaliere di Santo Stefano, del terzo ramo della famiglia, e di Pietro Antonio di Filippo, del quondam Filippo, della linea collaterale del secondo ramo. Pietro Antonio doveva essere uno degli ultimi figli di Filippo che ancora vivevano in Friuli, gli altri essendo in servizio nell’esercito, come Francesco Maria generale in quello della Baviera, o essendo morti combattendo sotto le insegne dell’aquila bicipite, come i due colonnelli Giuseppe e Carlo IV, quest’ultimo addirittura deceduto nel 1794 nella battaglia di Charleroy(7).

La parte più attraente ma più infida della documentazione compresa nel Catasto austriaco è costituita dai cosiddetti Atti preparatori, le operazioni di valutazione e qualificazione dei terreni da parte della delegazione censuaria. Interessano in particolare le Nozioni generali territoriali: le risposte date ad un centinaio circa di domande, raccolte in 28 punti, necessarie per acquisire una descrizione generale ma particolareggiata del territorio del comune censuario, dalle misure e dai pesi in uso alla giacitura del terreno, dalla sua esposizione e dal clima ai prodotti principali ecc. (riportate di seguito in Appendice)(8).

Nel considerare queste risposte, va tenuto in conto che gli estensori delle stesse erano coloro i quali avrebbero in prima persona sostenuto il carico fiscale che ne sarebbe derivato, ed è quindi scontato che risultarono «messi in chiara luce gl’inconvenienti climatici, sottolineate le avversità del territorio, fatte pesare le dure difficoltà di un’economia povera e richiamati continuamente gli oneri dei proprietari»(9). Così, i terreni di Colloredo vengono detti esposti la maggior parte a tramontana, il clima tendente al rigido, l’inverno «attempato e lungo», con nevi «non sempre di breve durata»; è un territorio «dominato in tutto da venti cattivi, e le conseguenze sono freddi, brine, tempeste, sicità e mortalità di sopra suoli», per cui «non si maturano bene i cereali» e «le uve in verun tempo le vien racolte mature». Non stupisce, poi, che la «natura ed indole de’ terreni» sia descritta come «leggera e fredda», mentre attira l’attenzione l’affermazione che non vi siano «terreni che di pratica si coltivano rare volte, per lasciarli vari anni in riposo. Ciò procede solo per la mancanza di forza agraria». Un accenno all’insufficienza della locale offerta di lavoro su cui si avrà modo di tornare.

Il carattere talvolta assai contraddittorio delle osservazioni delle delegazioni censuarie comincia ad evidenziarsi bene confrontando queste prime risposte con quella relativa ai prodotti agrari principali. Va però anzitutto detto che nella zona collinare del Friuli centrale il 56% del suolo agrario censito nel catasto austriaco era coperto da seminativi, il 28% dai prati, l’8% dai pascoli, quindi il 3% dagli incolti produttivi, il 2% dai boschi e il 3% risulta fosse destinato ad altre forme di utilizzazione. Nei duemila ettari circa del comune censuario di Colloredo, queste proporzioni appaiono leggermente ma significativamente modificate: gli ettari dedicati alla produzione di derrate alimentari, quindi quelli ad aratorio e ad aratorio arborato vitato, invece di essere in rapporto di 2 a 1 sono sostanzialmente equivalenti a quelli destinati a prato, nelle sue varie qualità, e al pascolo: 980 ettari per le produzioni di derrate alimentari contro 985 per i fieni e l’erba. Solo il comune censuario di Buja, con il 41% di territorio a prato, precede quello di Colloredo per quanto riguarda la proporzione del territorio destinata alla coltura prativa e alla produzione di fieni (37%)(10).

Risulta interessante incrociare questi dati con le osservazioni della delegazione censuaria, che a tale riguardo possono sottovalutare ma non tacere le principali destinazioni colturali del paese, e il loro esito. Come è prevedibile, l’argomento viene introdotto dalla consueta riprovazione: «Sono reputati in comercio il frumento mediocre, il granoturco mediocre, le uve inferiori, il fieno in parte buono ed in parte cattivo». Tuttavia alla fine il complessivo profilo produttivo del territorio deve essere esplicitato: «il frumento, toltone il picciolo consumo in paese, si smercia nelle piazze di Udine, S. Daniele, Gemona, Pontebba e Carnia; il granturco si consuma in paese ed è mancante al bisogno; i vini risentono lo stesso esito del frumento; il fieno si consuma in paese ed è mancante.»

Insomma, a giudicare dalle derrate prodotte, anche a Colloredo come in tutta la campagna veneto-friulana, lo schema colturale prevalente è quello della piantata, dove il campo seminato a cereali è attraversato da filari di viti maritate ad alberi vivi. L’agricoltura promiscua era strettamente funzionale, come è noto, al rapporto di conduzione più diffuso, quello dell’affitto a generi, in base al quale l’affittuario corrispondeva una quota del raccolto di cereali e di uve al proprietario, ricavando per la propria famiglia quanto di che sopravvivere o poco altro(11). Le catastrofiche descrizioni climaticopedologiche lasciano però posto all’ammissione che, per quanto riguarda il vino e il frumento, vale a dire i prodotti che avevano il maggior valore sul mercato, una parte della produzione era destinata alla commercializzazione. Su ciò doveva giocare un ruolo la posizione favorevole di Colloredo, che si trova a distanza contenuta dal maggior mercato di assorbimento della regione, la città di Udine, e non lontano neppure dalla Carnia, distretto deficitario in quanto a produzione alimentare.

Rispetto molte altre aree, soprattutto rispetto alla Bassa dove l’insufficiente integrazione tra zootecnia ed agricoltura costituiva uno degli elementi di maggiore arretratezza del settore primario, nel caso di studio la disponibilità di superfici non trascurabili per il foraggio del bestiame locale sembra dunque essere l’elemento che consentiva di accantonare qualche margine di surplus, da indirizzare al mercato. Ma in cosa consiste il bestiame presente in loco, qual è la sua utilizzazione?

Anche qui, tra reticenze e sottovalutazioni qualche ammissione compare. «Il paese non abbonda di bestiami», esordisce prevedibilmente la delegazione; «La specie è: poche cavalle, pochi asini, un tal qual ristretto numero di buoi, poche vache, poco manzolame e degl’animali porcini». Insomma, un poco di tutto senza grandi specializzazioni, parrebbe; infatti «le cavalle [sono] da frutto, gl’asini da soma, i buoi da lavoro, le vache da lavoro, e da frutto». Però v’è anche «manzolame d’allievo [da allevamento]» e suini dei quali solo «la minor parte da consumo». Bestiame, viene detto, «che si mantiene con prati, e pascoli, ed in qualche stagione con paglie e fusti di cereali», e che dunque in una qualche misura, che comprende soprattutto vitelli o manzi e carne suina, viene smerciato: «Con tutti li sopradetti bestiami ne fa l’agricoltore un certo qual giro di comercio».

La risposta, abbastanza prevedibile, su chi fosse l’agricoltore in grado di godere di un certo giro di commercio, sia di bestiame che di vini e frumenti, richiede però l’esame delle risposte fornite dalla delegazione su due punti cruciali, attorno ai quali si giocano alcune delle mosse più delicate del gioco tra possidenza e fisco, tra classe proprietaria friulana e stato austriaco: la distribuzione della proprietà e il sistema di conduzione della stessa.

Va detto che le Nozioni generali territoriali firmate dalla delegazione di Colloredo il 24 agosto 1826 presentano una particolarità non rarissima però significativa, due Suplettori, cioè due allegati di rettifica delle nozioni stesse, presentati il 10 e il 29 ottobre successivo, con una motivazione abbastanza reticente. Due dei delegati, cioè il cavalier Rodolfo e il conte Pietro Antonio Colloredo, si dicevano infatti «non persuasi» da quanto da loro stessi firmato poche settimane prima, «per mancanze e diversità» rilevate dallo stesso Rodolfo nella prima stesura delle Nozioni, e a seguito anche di «esami migliori fatti, e cognizioni loro procuratesi», tali da spingerli a rettificare quanto in precedenza dichiarato.

Dal confronto tra le Nozioni e i Suplettori qualche elemento interessante emerge. Nelle prime, al punto «Compartimento agrario de’ terreni», la distribuzione della proprietà fondiaria viene così descritta: «I terreni del Comune non sono compartiti in grandiose possessioni, in colonie, in masserie, ma in piccoli poderi, non a guisa di stabilimenti completi d’agricoltura». Colloredo sembrerebbe insomma un’area dominata dalla piccola proprietà ad agricoltura promiscua. Nel Suplettorio, invece, la delegazione (ma a questo punto potremmo dire senza tema di equivocare: i Colloredo) modifica il prezzo medio dei terreni precedentemente dichiarato e a tal fine utilizza una motivazione che smentisce del tutto l’affermazione appena riportata: non è possibile appoggiare su ragione fondate una stima del prezzo di contrattazione dei terreni, viene detto, «perché la maggior parte e quasi tutta del territorio è possessa dalle Ditte Colloredo che non hanno fatto vendite di fondi».

Dunque, in realtà, il territorio è sì diviso in una moltitudine di “ditte catastali”, cioè, secondo la logica del catasto, di soggetti fiscali ai quali intestare un certo numero di particelle catastali, ma queste sono in grandissima parte rinviabili a diversi componenti la medesima casa Colloredo, che controlla quindi il mercato della terra locale. Una veloce scorsa agli Estratti catastali, cioè all’elenco nominativo delle varie ditte con la descrizione delle relative possessioni, conferma questa indicazione: la proprietà nobiliare è spalmata su qualche decina di ditte intestate ai vari Colloredo, spesso in forma di fraterna o di asse ereditario, frutto quindi dei labirintici passaggi successori ai quali la proprietà della casata aristocratica era stata sottoposta nei secoli(12).

Una duplice redazione è presente anche per un altro argomento, a questo punto ancora più critico, il sistema di conduzione in uso. Nelle Nozioni viene descritto un sistema di affitto in denaro per i prati, i pascoli e i pochi paludi esistenti e di affitto in generi per gli aratori. Dopodiché seguono due affermazioni abbastanza elusive: l’«affitto misto a danaro ed a generi è in generale qui il più usitato», che fa pensare ad una sua prevalente diffusione nelle colture promiscue cereali-vite; e «la partizione de’ generi in natura è generalmente usata nel vino». Nel Suplettorio la descrizione è più dettagliata ed esaustiva. Il sistema «generale» risulta il seguente: il fitto a generi si pratica per i fondi aratori e aratori vitati; per i prodotti del sopra suolo dei secondi, cioè per la foglia dei gelsi e per i vini, «tanto bianco che nero», vige la partizione, cioè la divisione a metà. I fitti comprendono «possessioni, e affittanze quasi complete», cioè poderi comprendenti anche le case, gli edifici da lavoro ecc. Il proprietario corrisponde le scorte vive, quindi i bestiami da lavoro, gli attrezzi, le sementi, i foraggi, su cui il colono non paga affitto, mentre è tenuto a versare regalie di bestiame volatile per il caseggiato e l’orto. I bestiami, infine, sono tutti del proprietario: ciò significa che il colono si trattiene i prodotti caseari, ma deve garantire la riproduzione, normalmente assai controllata, degli animali. L’affittuario, infine, coltiva i bachi da seta che può alimentare con la parte di foglie di sua spettanza(13).

Il quadro che si delinea appare dunque chiaro, anche perché simile alle realtà circonvicine e destinato ad una straordinaria durata, fino a Novecento inoltrato. I coloni, a prescindere dal fatto che i contratti fossero di breve durata, tre-cinque anni in media, non avevano di fatto alcun interesse ad investire in migliorie strutturali del fondo o delle colture più redditizie dal punto di vista commerciale, come il vino e il gelso: ogni sforzo sarebbe infatti stato vanificato dalla partizione obbligatoria dei frutti con il padrone.

Il binomio vino-cereali era loro imposto dalla proprietà ed era di fatto indispensabile per far fronte al pagamento del fitto in generi, che era normalmente richiesto nelle derrate che potevano con maggior vantaggio essere commercializzate: l’uva migliore e il frumento. Margini di aumento della produttività esistevano, probabilmente, per questa seconda coltura, ma a patto di investimenti in attrezzature agricole e in concimi: e in questo caso era il possessore del fondo, che forniva attrezzi e bestiame, a non averne convenienza. Alla famiglia contadina rimaneva così il solo mais, e la possibilità di aumentare in minima parte la produttività marginale del fondo destinandovi forza-lavoro crescente.

In un quadro di pressione fiscale costante e di prezzi alimentari in crescita, un tale sistema avrebbe potuto consentire esigui seppur possibili margini di miglioramento della condizione contadina. Ma il primo Ottocento è riconosciuto come una fase in cui queste condizioni furono di segno opposto: la fiscalità, come si è detto, strinse la sua morsa, e i prezzi del vino e del frumento toccarono nel trentennio 1820-50 la parte più bassa della loro curva secolare(14). La proprietà reagì alla diminuzione della rendita fondiaria aumentando i fitti o peggiorando le condizioni contrattuali, facendo cioè ricorso allo strumento che con maggiore efficacia, e da secoli, consentiva di gestire la terra: la conduzione a fitto a generi. In uno dei pochi passi della documentazione catastale in cui i Colloredo si lasciano andare ad annotazioni non impersonali, questo sistema viene per l’appunto descritto come l’unica carta nelle mani dei grandi proprietari:


«Pochissimi e da tre o quattro dei possidenti grossi e degli agiati di questo Comune tengono beni arratori, ed arratori arborati vitati in economia, perché le grandi spese superano sempre il prodotto del suolo, e quello del soprasuolo; regendo in questo Comune il vicino e verissimo proverbio, che più vero si rende viepiù ai giorni nostri. Vuoi tu godere una possessione? L’affitti. Vuoi tu godere un campo? Lavoralo da te stesso. Ed è vero perché se il coltivatore avesse a pagar con dinaro effettivo le fatiche tutte che costa fra noi il prodotto di un campo, in pochi anni venderebe il campo intiero».

 

Il risultato che si determinò fu un peggioramento della situazione debitoria dei coloni nei confronti degli agrari, come si desume anche, seppur senza alcuna ammissione esplicita, dagli atti compilati dalla delegazione censuaria di Colloredo. I «pochi possidenti agiati» del Comune, viene detto, nelle poche terre che tengono in economia fanno eseguire i lavori da bestiame da «lavoratori braccianti che sono i coloni medesimi», per un salario giornaliero che viene segnato «a lor credito nelle loro respettive e vistose partite di debito che tengono verso i loro Padroni, formate e conflate per l’impotenza d’aver potuto pagare per l’adietro quell’affitto contratato e convenuto, e che in oggi non li è loro minimamente ribassato». Insomma: i coloni risultano quasi tutti in vistoso debito con i padroni e cercano di contenere il loro stato di indebitamento offrendo prestazioni lavorative. Queste si esercitano sia nei lavori di aratura ed erpicatura nei fondi condotti ad economia, come qui detto, sia nei pochi altri fondi gestiti direttamente: «i boschi, pochi prati per uso, pochissimi paludi, ed addiacenze al luogo di stazione».

Per i lavori in questi fondi, «al momento d’occorenza di man d’opera» vi sono «inteligenze con i lavoratori del paese che hanno molto debito con i respettivi proprietari».

Quando poi l’indebitamento raggiunge il limite, non resta che la strada della vendita della piccola proprietà o della casa contadina. A quale prezzo ciò avvenga, lo rivelano implicitamente gli stessi Colloredo: quando il debitore non può far fronte ai debiti «se non colla cessione di quell’unico fondo che tiene, e che vende, la summa esposta nel contratto e di prezzo convenuto del fondo contrattato può essere quella che sia ben lontana dal vero prezzo».


Dietro a questo caso, che presenta delle evidenti particolarità da non trascurare - l’esistenza in loco di una grande famiglia aristocratica di tradizione feudale che mantiene, seppur diviso, un consistente patrimonio fondiario per oltre mezzo millennio -, si possono in realtà leggere le grandi trasformazioni a cui fu soggetta nella prima metà dell’Ottocento la campagna friulana. Variabili come la crescita dell’imposizione fiscale, la vendita dei beni nazionali, di quelli appartenenti alle manimorte e dei beni comunali, per non parlare delle conseguenze dell’abolizione dei fedecommessi, assieme ad eventi e congiunture come le guerre o la grande crisi del 1816-17, tutti questi fattori crearono una situazione di grande mobilità nel settore primario, per lo meno rispetto alla stagnazione del secondo Settecento(15). Gli osservatori contemporanei espressero pareri divergenti sulle conseguenze di tali cambiamenti. Vi fu chi, liberisticamente, affermò che la stretta fiscale e il peggioramento della condizione proprietaria selezionò il ceto possidente, costringendo gli agrari, per mantenere intatti i loro fondi, ad introdurre migliori tecniche colturali. Altri, invece, rifletterono più cautamente sulle irrisolte questioni di fondo dell’agricoltura friulana, che continuarono anche in questo frangente a condizionarne lo sviluppo(16).


Tra gli stessi studiosi moderni è ancora oggetto di valutazione un altro punto, peraltro fondamentale: se i cambiamenti che intervennero, nei diversi ambiti regionali, tra 1797 e 1866 abbiano favorito la grande proprietà, irrobustita dall’espropriazione contadina, oppure se viceversa abbiano determinato uno sfarinamento delle possessioni maggiori, ad opera soprattutto di un nuovo ceto imprenditoriale di mezzo, determinando quindi un aumento della proprietà contadina piccola e media. Non è certamente questa la ricerca in grado di portare un contributo decisivo alla questione: piuttosto, può risultare interessante riflettere su quali opzioni avessero i contadini per sfuggire a questa sorta di attacco concentrico che, tra nuove esigenze fiscali dello stato ottocentesco, politica neo-feudale della vecchia proprietà e avanzata di nuovi ceti imprenditoriali, si stringeva attorno ad essi.


Alla domanda relativa agli agricoltori, la Delegazione censuaria rispose in maniera articolata, con un’argomentazione che è bene riportare per intero:

«Il numero degl’agricoltori abitante nel Comune non sono sufficienti alla coltivazione. Nella mancanza d’agricoltori non cessa per altro, che non emigrano di questi in parte delle stagioni, calcolando maggiore utilità, che di assiduamente lavorare le terre che conducono in affitto. Per la scarsità del personale non si chiama con tutto ciò gente da altri paesi. L’agricoltore in generale non si dedica a principali rami d’industria in paese oltre la coltura delle terre. Gl’agricoltori in generale sono meschini e non vivono in conseguenza con mediocre comodità, ed hanno più, che misurata scorta di attrezzi rurali, e bestiami per l’occorrenza di questi terreni».


Può essere interessante confrontare questo punto con quanto riportato negli Atti preparatori degli altri comuni censuari del distretto di San Daniele. Colloredo non è il solo per il quale la forza-lavoro locale viene detta insufficiente: il numero di agricoltori è infatti considerato tale anche nelle Nozioni generali territoriali di Villanova, Caporiacco, Coseano, Dignano e Bonzicco, mentre viene classificato come sufficiente a S. Daniele, Barazzetto, Cisterna, Carpacco e Fagagna. Una distribuzione a pelle di leopardo che richiede di prestare ascolto alle diverse motivazioni che accompagnano il giudizio(17).

Nella cittadina di S. Daniele, ad esempio, pur risultando il numero degli agricoltori «eccedente», si dice che «non vanno altrove»: forse attività extra-agricole riescono ad impiegare un po’ di manodopera, forse, come viene indicato, «non se ne chiamano da paesi stranieri». Identica è la situazione a Barazzetto, dove il loro numero «è sufficiente, non vengono chiamati da altri paesi». In altri tre comuni censuari, a Cisterna, Carpacco e Fagagna, l’eccedenza di manodopera rispetto alle risorse sembra invece essere all’origine dell’emigrazione stagionale: a Cisterna il numero degli agricoltori «è più che sufficiente per li lavori. Fa mestieri [scilicet: E’ necessario] che taluni espatrino per provedersi il vitto»; a Carpacco «è sufficiente alla coltivazione» tanto da risultare «eccedente in vari mesi dell’anno ed anzi nell’inverno accade che la parte sufficiente e necessaria all’agricoltura deve cercare lavoro fuori del Paese per procurarsi mezzi di sussistenza»; a Fagagna, infine, viene similmente detto sufficiente, ma si aggiunge che «Nelle epoche in cui cessano i maggiori lavori di campagna, un certo numero di agricoltori si reca altrove per cercare lavoro». Mentre a Caporiacco la situazione appare statica – il numero di agricoltori «non è sufficiente, né di questi si partono, né si chiamano lavoratori da altri paesi» - deficitaria risulta invece la condizione, come si è detto, di Colloredo, Villanova, Coseano, Dignano e Bonzicco. In quest’ultimo comune censuario, addirittura, «A motivo della scarsità del personale se ne chiama da altri paesi e particolarmente la state». Le annotazioni relative ai comuni censuari di Coseano e Villanova appaiono invece più realistiche e sensate. Nel primo centro il numero degli agricoltori, annotano i delegati, «sarebbe sufficiente alla coltivazione, ma in vista della miseria, devono una parte emigrare perlomeno quattro mesi all’anno per cercarsi altrove [...] il necessario vitto. Né a motivo della scarsità si possono chiamare lavoratori da altri paesi». A Villanova, poi, dove egualmente il numero degli agricoltori è detto insufficiente, le cause addotte valgono la pena di essere riportate per intero:


«[Degli agricoltori] Ne va altrove la parte migliore (Germania, Istria, Trieste, Venezia, Roma) a trovare lavoro o per varj mesi dell’anno ovvero a tempo indeterminato, e ciò non per eccedenza di gente, ma per la povertà del paese. Hannovi case vuote. A motivo della scarsità del personale si chiamano agricoltori da altri paesi a stanziarvi o stabilmente o transitoriamente. L’agricoltore si dedica anche a tenere suini e galli d’india, quale ramo principale d’industria dopo l’agricoltura. Gli agricoltori paesani, comunque presi generalmente abbiano qualche proprietà, pure pegli oneri pubblici e privati e pell’infimo prezzo de’ generi sono messi a tale da potersi tenere in pieno meschini. Pochissimi d’essi vivono in una mediocre comodità, relativa al di loro stato, e nessuno ha abbondanti scorte di attrezzi rurali bestiami e simili».

 

Queste diversità di espressione, queste evidenti incongruenze nell’impostare una risposta semplice ad un quesito apparentemente ristretto non possono nascere solo dalle difformità locali, dalle differenti composizioni delle delegazioni censuarie e dallo spettro ampio delle particolarità locali. Rispecchiano una mancanza di strumenti concettuali e analitici di fronte ad un fenomeno che si presentava, se non del tutto inedito, quantomeno con caratteristiche affatto nuove nella società friulana degli anni ’20 dell’Ottocento: l’emigrazione temporanea della classe agricola. A proposito del periodo 1815-66, Francesco Micelli ha parlato di un «momento di confusione e commistione» tra due tipologie migratorie che dopo l’unificazione sarebbero apparse più chiaramente individuabili: un’emigrazione autunno-invernale che fungeva da integrazione del lavoro contadino e risultava particolarmente compatibile soprattutto con i ritmi e le economie delle popolazioni montane, e un’emigrazione, invece, che portava gli uomini lontano dalla famiglia dalla primavera all’autunno, come quella verso gli stati dell’Europa centrale e centro-orientale che si inaugurò con l’entrata della regione veneta nella compagine imperiale dopo il 1814(18). Un’emigrazione, quest’ultima, che scardinava la famiglia contadina, sottraendo la forza-lavoro più qualificata e lasciando la gestione dell’azienda agricola in mano alle donne. Coloro che partivano non erano solitamente né i più poveri né i meno operosi: erano «la parte migliore» della classe agricola, come annotano con precisione i delegati censuari di Villanova.

Qualche anno fa, in un lavoro sulla storia del territorio di Artegna che utilizzava anche il catasto austriaco, lo stesso Francesco Micelli, assieme a Luciana Morassi, rifletteva che «negli Atti catastali austriaci l’emigrazione è vista ancora quale scelta “non necessaria”»(19). Perché, in effetti, non interpretare, alla metà del terzo decennio dell’Ottocento, l’emigrazione contadina non come una costrizione difensiva, un’espulsione forzata ma come un’opzione, seppure ristretta a quelle possibili nel cerchio della congiuntura agraria del tempo? Giovanni Cosattini, un secolo fa, scrisse a proposito di questo momento di cambiamento: «Sul mercato internazionale del lavoro era grande la richiesta di braccianti, fornaciai, manovali, scalpellini, muratori. La natura plastica della popolazione friulana rispo[se] con entusiasmo alla domanda»(20). Senza dimenticare che comunque la manodopera contadina faceva parte di un mercato della forza-lavoro le cui leve erano evidentemente in mano ad altri, perché non mettere l’accento sull’elemento dinamico dell’emigrazione? Sulle possibilità che il lavoro migrante offriva e non solo su quelle che toglieva?


Una breve nota conclusiva risulta necessaria, se non altro per completare l’informazione sulla fonte analizzata. Si è detto che i delegati Colloredo avanzarono, poche settimane dopo la chiusura delle Nozioni generali territoriali, un doppio Suplettorio ad integrazione di queste. Come si è visto, varie annotazioni vi risultano finalizzate a mettere in rilievo la situazione creditoria nella quale versano i maggiori possidenti del paese. La rettifica porta però anche due tabelle, destinate a sostituire quelle presentate in prima battuta, sugli affitti che d’ordinario erano corrisposti per le varie qualità di terreno, e sul valore capitale dei terreni rilevato in base alla loro rendita. Nel primo caso, si dice che la tabella è stata rettificata perché si sono potuti ricavare dati più precisi «dalli registri d’un odierna amministrazione in corso, di uno delli Maggiori Possidenti del Comune» di oltre 680 campi, fornendo un’indicazione assai precisa sul fitto ricavabile in media da un singolo campo di terreno aratorio o aratorio vitato: 4,53 pesenali di frumento, a fronte di una stima precedentemente avanzata che dava come valore massimo i 5 pesenali e come valore minimo un pesenale e mezzo. È come se i Colloredo avessero voluto affermare, con il peso del proprio ruolo, una stima esemplare, che fungesse quasi da unità di misura. La seconda tabella, quella sul valor capitale dei terreni, presenta invece, rispetto a quella che si voleva rettificare, valori nettamente più alti, ancorché espressi con un campo di variazione tra quotazione massima e minima più ampio.


In conclusione: considerando solo la documentazione osservata è impossibile cogliere la logica di ogni singola mossa della partita che una famiglia di secolare fede asburgica come i Colloredo giocò con la nuova amministrazione del Regno sul terreno della fiscalità, una partita che, è opportuno rammentare, si svolse lungo diversi decenni. Non per questo, tuttavia, lo scorcio che le carte del Catasto austriaco consentono sul paesaggio storico di Colloredo di Monte Albano risulta meno persuasivo. Soprattutto se si tiene conto che si tratta di un’istantanea che coglie una struttura dalla straordinaria continuità storica: la gestione di un patrimonio fondiario, sostanzialmente con i medesimi strumenti, lungo un arco di tempo di oltre mezzo millennio.


Appendice


Archivio di Stato di Venezia, Catasto austriaco, Atti preparatori, b. 252, Comune censuario di Colloredo di Montalbano.

«Provincia del Friuli. Comune amministrativo di Colloredo di Mont’albano. Distretto di San Daniele. Comune Censuario di Mont’albano.

Nozioni Generali Territoriali del Comune Censuario di Colloredo.


1.

Monete ossia Valute. Nella contrattazione delle derrate, nelle affittanze e simili si usa la valuta locale. Si chiamano le principali valute locali Lira, che si divide in soldi venti.

La sua corrispondenza alla Lira austriaca è determinata dall’articolo 20 della Sovrana patente Primo novembre 1823, cioè 100 Lire austriache sono a venete Lire 169. 59/64.

2.

Pesi. Vi sono due qualità di pesi, cioè grosso e sottile. E’ destinato il peso grosso per tutto il proveniente dall’agricoltura, e simile, ed il peso sottile per la seta greggia, manifattura, capi preziosi e simili. Il peso grosso si chiama Libra, che si divide in dodici once. Corrisponde col peso del capo luogo della Provincia. Il peso sottile si chiama Libra, che si divide in dodici once. Corrisponde col peso del capo luogo della Provincia, come sopra.

3.

Misure lineari. La misura lineare di fabbrica si chiama passo, e si divide in piedi, cinque volendovene ogni passo. La sua corrispondenza è eguale a quella del capo luogo della Provincia. La misura lineare usata per misurare i terreni si chiama pertica, e si divide in piedi sei, sua corrispondenza come sopra. Si compone con ottocento quaranta pertiche quadrate, che formano il campo.

4.

Misura agraria. Non è in uso, ma ben conosciuta la nuova pertica metrica censuaria. Si chiama la misura agraria superficiale del paese campo. Si suddivide in quarti, e questi in tavole. Corrisponde al usata nel capo luogo della Provincia.

5.

Misura da grano. La misura usata in comercio per le granaglie si chiama staro. Si suddivide in pesenali, sei di questi ve ne vogliono a far un staro. Corrisponde al usata nel capo luogo della Provincia. Per la sola avena si pratica la misura colma.

6.

Misure di vino, mosto ed uva. Pel vino. Si chiama la misura del vino depurato conzo. Si suddivide la medesima in sechie, e queste in boccali, sedici boccali formano una sechia e sessantaquatro boccali un conzo. Corrisponde al usata nel capo luogo della Provincia. Pel mosto. Per il mosto non vi è una misura diversa da quella del vino. Vengono dati solo, che quatro boccali d’aumento per ogni conzo, doppo la svinatura. L’uva non si contratta a peso. Non la si contratta a misura di capacità. Per ottenere una misura di mosto vi vogliono, a peso grosso, libre trecento sessantacinque, circa, di uva. E per aver un conzo di vino depurato vi vogliono, a peso grosso, libre trecento sessanta cinque, circa di uva.

7.

Misure varie. Il fieno si contratta a peso, il peso chiamasi centinajo, di grosse libre venete, d’once dodici l’una. Il carbone non è prodotto in paese. La legna grossa si contratta a passo, che corrisponde a piedi cinque, eguale alla misura usata nel capo luogo della Provincia. La legna minuta in generale si contratta a carro. Le castagne verdi non è prodotto locale. Le ulive non è prodotto locale.

8.

Giacitura del territorio, esposizione e clima. Il territorio giace una quarta parte in colli prativi, pascolivi e boscati, una decima parte circa in valli e paludi, un’ottava parte in pianura alta, in praterie e pascoli, e il restante in aratorj misti e parte avvidati. Le qualità predominante de’ terreni: la pianura alta in parte è arratoria nuda e in parte arratoria avvidata. In questi paesi di collina l’esposizione complessiva del territorio è la maggior parte a tramontana. Il clima tende al rigido. L’inverno è attempato e lungo, e le nevi non sempre di breve durata. Non si maturano bene i cereali, castagne ed ulive non è prodotto di qui, le uve in verun tempo le vien racolte mature. Il territorio è dominato in tutto da venti cattivi, e le conseguenze sono freddi, brine, tempeste, sicità e mortalità di sopra suoli. L’aria è sana.

9.

Natura dei terreni. In generale la natura ed indole de’ terreni è leggera e fredda. Il terreno cattivo è di poca profondità. Il detto terreno in parte è facile, ed in parte difficile a lavorarsi. S’attacano all’aratro parte delle volte quattro, ed ancora sei buoi. Si ara in un giorno, coi suddetti mezzi, un’estensione di terra, se facile un campo e mezzo circa, se difficile un campo circa. In veruna volta invece dell’aratro si usa la vanga. La natura de’ terreni sovrindicata sì nel piano alto che in colle, in generale presenta una qualità composta d’argilla, rena e ghiaia e frequenza di sortumi. Per la natura suddetta non si usa diversi metodi di coltivazione. Non vi sono terreni che di pratica si coltivano rare volte, per lasciar-li vari anni in riposo. Ciò procede soltanto per la mancanza di forza agraria.

10.

Prodotti agrari principali. I prodotti più importanti sono frumento, granoturco, uve e fieni. Sono reputati in comercio il frumento mediocre, il granoturco mediocre, le uve inferiori, il fieno in parte buono ed in parte cattivo, ed il peso in generale del frumento si può farlo ascendere a libre cento e sedici allo staio. Le uve essendo inferiori si crede di queste tacerne ogni dettaglio. Di questi suddetti generi, il frumento, toltone il picciolo consumo in paese, si smercia nelle piazze di Udine, S. Daniele, Gemona, Pontebba e Carnia; il granturco si consuma in paese ed è mancante al bisogno; i vini risentono lo stesso esito del frumento; il fieno si consuma in paese ed è mancante.

11.

Agricoltori. Il numero degl’agricoltori abitante nel Comune non sono sufficienti alla coltivazione. Nella mancanza d’agricoltori non cessa per altro, che non emigrano di questi in parte delle stagioni, calcolando maggior utilità, che di assiduamente lavorare le terre che conducono in affitto. Per la scarsità del personale non si chiama con tutto ciò gente da altri paesi. L’agricoltore in generale non si dedica a principali rami d’industria in paese oltre la coltura delle terre. Gl’agricoltori in generale sono meschini e non vivono in conseguenza con mediocre comodità, ed hanno più, che misurata scorta di attrezzi rurali, e bestiami per l’occorrenza di questi terreni.

12.

Bestiami. Il paese non abbonda di bestiami. La specie è: poche cavalle, pochi asini, un tal qual ristretto numero di buoi, poche vache, poco manzolame e degl’animali porcini. La cavalle da frutto, gl’asini da soma, i buoi da lavoro, le vache da lavoro e da frutto, il manzo-lame d’allievo, gl’animali porcini la minor parte da consumo. Con tutti li sopradettti bestiami ne fa l’agricoltore un certo qual giro di comercio. Il Bestiame si mantiene con prati, e pascoli, ed in qualche stagione con le paglie e fusti di cereali.

13.

Foraggi, stramatico, concimi. I foraggi che produce il territorio complessivamente sono scarsi e non si provede il mancante che stentatamente. Il stramatico e sternito del territorio complessivamente è mancante, e non si provede quello abbisognarebbe. I concimi che si fanno nel territorio complessivamente sono scarsissimi, e non sono bastanti per l’ordinaria coltivazione, e non si provede al mancante. Oltre i concimi ordinarj animali non si usa, che le terre. Non si praticano nel territorio sovesci.

14.

Pascoli. Vi sono dei pascoli comunali. Il loro uso non è gratuito. Corrispondono un pagamento per l’uso delli stessi. I pochi pascoli comunali sono affittati a danaro, in dettaglio a beneficio del Comune. Prati comunali non ve ne sono da taglio; non vi sono boschi comunali. Vi è per consuetudine la libertà del pascolo, ma in certe stagioni sui fondi dei privati. La libertà del pascolo, nei fondi privati, s’estende solo nei fondi aperti. La facoltà del pascolo è illimitata per qualunque bestiame. La facoltà dovrebbe esser limitata per i soli bestiami del territorio, ma i confinanti furtivamente se ne aprofittano. Il così detto pensionatico poi usa il calcolo dei prati non coltivati, e degl’aratorj non seminati, nella stagione d’inverno. L’uso per il così detto pensionatico è mediante un’annua corrisponsione.

15.

Boschi. Non vi sono boschi comunali. Non vi sono boschi privati ove il governo eserciti diritti speciali.

16.

Decime, quartesi ed altri oneri. I fondi del territorio, parlando degl’aratorj, sono soggetti in tutto al quartese. In tutti i generi si contribuisce la quarantesima parte, meno sul fieno. Si preleva dal muchio prima di levar sementi. Tali oneri sono d’ordinario a carico colonico, meno la parte domenicale del vino. Vi sono altre leggi speciali, tali divenute in parte per la consuetudine, che portano un onere a tutti i lavoratori del terreno, come sarebbe per una gran parte, l’annuo versamento di sussidio alla pensione ai preti assistenti il parroco di cadauna parrocchia a questa Comune soggetta, simile al campanaro, o servienti la Chiesa, non che di fra godere il diritto esclusivo agl’utenti dovendo tollerare il pensionatico.

17.

Acque. Vi sono dei torrenti confinanti ed attraversanti il territorio, che si chiamano

Borchiana, che attraversa il territorio

Mal fossal, parimente non sono

Rio di Laibacco, parimente né navigabili

Corno che confina col territorio né flottabili

Cornaria parimente

Rio di Luazana, che attraversa il territorio

Ad un corso rapido sono tutti tendenti, e portano seco sassi, ghiaia e rena. Non scorrono in alveo naturale incassato sotto il piano degl’adiacenti terreni, ma in alveo non abastanza inferiore al detto piano, né sono sussidiati da argini, e nell’escrescenza scorrono negl’adiacenti terreni. Serve per andamento d’un solo mulino il torrente suddetto chiamato Beorchiana. Non somministrano acque d’irrigazione per pratarie, meno di risaie, che non vene sono, e d’altri fondi, che non il suggerisce, in generale la località; non portano utili torbide, e sono dirette solo che a portar danni.

Non essendo acque utili cessa ogni descrizione. Sono acque fredde, e crudi. L’uso di esse sarebbe nocivo. I sudetti torrenti cagionano danni diretti, per corrosioni, rotte ed innondazioni. Cagionano pure danni indiretti per fortuni in mancanza di corso regolare. Queste acque apportano inghiaiamenti e simili, non strati di fango, ossia beletta, ma imbruttamenti dannosi all’erba. Non portano torbide utili. Apportano acque d’espansioni, ristagni d’acque pluviali, ben di breve durata. Non si fanno opere di difesa. Non essendovi opere a carico del Regio Erario, ne cessa ogni indicazione. Veruna qualità di spesa vien incontrata. Non vi sono consorzi all’oggetto. Non vi sono interessati costituiti né in corpo, né in altro modo. Non vi esistono regolamenti di sorte. Non vi sono basi perché innorganizzato tal ramo. Non vi sono spese su del proposito. Non vi sono nel territorio sorgenti, che atte fossero ad irrigare. Le acque, che servono per uso dell’uomo e de’ bestiami sono cisterne, pozzi e sorgenti, poco buone. Le acque libere de’ monti non c’arrivano in questo territorio a farne conoscere lavine, smottamenti e cadute di rocce. Vi sono sortumi in coppia, e per tutti è ignota la derivazione precisa. Vi sono paludi, in piccoli appezzamenti sparsi, ed in non tutte le

stagioni delle acque stagnanti.

18.

Strade. Il territorio non confine, né vien attraversato da veruna Strada Regia, ma ben da una strada di poco comercio locale, e di necessità, perché conducente al capo luogo della Provincia, che si chiama strada nuova.

Vi sono strade comunali e campestri, in salita maggiore e minore, la gran parte incomode, praticabili ben col carro. In riguardo all’agricoltura del Comune bastano le sudette strade, ma essendovi più proprietarj di terreni, per il passaggio da un terreno all’altro, il più delle volte che è passato in consuetudine, devesi aumentare queste che sono sui fondi censiti che ne è l’estimo, e sen paga attualmente la pubblica imposta.

In stato pessimo s’atrovano tutte le sudette strade. Le spese di manutenzione delle strade campestri dovrebber esser a carico dei respettivi utenti, le strade comunali di tutta la Comune. Oltre le strade sovraindicate non vi sono altri comodi di comunicazione né per laghi, né per fiumi navigabili, né altro.

19.

Case. Non vi sono nel territorio case coloniche sufficienti al bisogno dell’agricoltura. La maggior parte di tali case sono riunite formanti in parte borgate, in parte distinte in vari corpi diversi da noi chiamati casali, riuniti fra loro, e la minor parte sparse in tanti piedi di casa isolata.

Le dette case, per la maggior parte sono anguste tanto per l’abitazionedei lavoratori come pei bestiami, Tali case sono edificate a muri concoperti parte di coppi e parte di paglia.

20.

Compartimento agrario de’ terreni. I terreni del Comune non sono compartiti in grandiose possessioni, in colonie, in masserie, ma in piccoli poderi, ma non a guisa di stabilimenti completi d’ agricoltura. La qualità di terreni, che generalmente compone tali colonie, la misura agraria verosimile, si calcola in arratori avvidati censuarie pertiche cinquanta una, in arratori nudi pertiche diecisette, in prati-vi pertiche quarantatre, in pascoli pertiche diecisette, in paludi pertiche una, oltre il caseggiato, e boschi non ven hanno, essendo tutti quasi per conto domenicale, servendo alli conduttori delle colonie sudette le sieppi, e cespugliati, nonché il legno minuto della campagna.

Le varie qualità di terreni componenti tali colonie sono sparse. Vengono in generale i pezzi di terra condotti come sopra.

21.

Indicazione de’ sistemi più usitati di locazioni e partizioni. Tra li infraenunciati sistemi i più usitati nel Comune sono: affitto a denaro per i prati e i pascoli nonché per li pochi paludi; affitto a generi per gl’aratori; affitto misto a danaro ed a generi è in generale qui il più usitato; la partizione de’ generi in natura è generalmente usata nel vino; non vi sono diferenti sistemi. In generale non si conducono fondi per conto padronale, solo che i boschi, pochi prati per uso, pochissimi

paludi, ed addiacenze al luogo di stazione, che per questi vi sono al momento d’occorenza di man d’opera delle inteligenze con i lavoratori del paese che hanno molto debito con i respettivi proprietari». [A margine: Vedi Supletorio n.II)

22.

Sistema da fitti a danaro. Questo sistema isolato, generalmente, non si pratica.

23.

Sistema di fitti a generi. Questo sistema isolato, generalmente, non si pratica.

24.

Sistema misto di fitto a generi ed a danaro. Questo sistema di fitto a generi ed a danaro è generale. La porzione di fitto a generi è in generale, per tutti i fondi aratori, quello a danaro pei prati, pascoli e paludi.

Fitto a generi per ogni campo a misura friulese


Per le affittanze, o picoli poderi con casa da massaro computati i fondi arrativi, arborati vitati,

in piano ed in colle Formento pesenali 4 1:1/2 Vino viene diviso per metà Aratorj nudi (a)

Formento pesenali 3 1 Prati in piano e colle in contanti annue lire austriache

Pascoli in contanti annue lire austriache

Paludo da strame in contanti annue lire austriache 3.50 3 1.17 0.90 1

Avertenza.


(a) La minor risultanza d’affitto dell’aratorio nudo, in confronto dell’aratorio vitato in questa nostra posizione deriva dalla minor ferracità del suolo.


Non essendo in questo territorio censuario altre qualità di fondi fitabili, cessa il motivo di farne menzione.

25.

Sistema di partizione. Questo è usato per il solo vino, che va diviso in giusta metà, che sia tanto bianco che nero. Il colono ha il grado della campagna affitatagli, che al termine della stessa, avendo migliorie, le vengono abbonate, come viceversa deve abbonarle al proprietario; il sistema d’apprezzamento di questi lavori o di defalco della metà d’importo nel miglioramento, appieno nel peggioramento il pagamento. Le spese di vinatura sono a carico domenicale. L’acquariola e graspi, in generale, sta a favore del colono. Ulive od olio, castagne marroni ecc., noci, frutta agrumi ecc: non sussistendo le ulive per il rigido clima e non essendovene castagni fruttali atti se non a picciolissimo prodotto, non fa soggetto di calcolo o contratazione di sorte.

Foglia di gelsi. La foglie gelsi in generale si divide; il colono coltiva i bachi da seta, non vi è partizione in generale di questi.

Fascine ed altre legna. Le legna procedenti dal circondario dei fondi della potatura delle viti; dalla scapezzatura degli alberi postenenti le viti è tutto a beneficio del colono. Le legna dei boschi sono tutte di conto domenicale, e le spese di taglio, e condotta sono concertate, come si è già detto. In generale i bestiami vengono dati per scorta dal proprietario del fondo, senza alcuna corrisponsione per parte del colono. Ammonta una scorta ad austriache lire novecento.

La scorta di attrezzi è del padrone. Le prime scorte di sementi, paglie, stoppie, fieno sono del proprietario del fondo. I bestiami da frutto e da comercio sono formanti la scorta ridetta. Non si usa comprare concimi e strame. Il colono concorre solo a pagare carichi privati come altra volta si ha esposto. Il colono paga onoranze di bestiame vollatile ossia pollame, per il casegiato ed orto. Il colono ha un avantaggio nella tribuzione d’affitto sui prati, e pascoli, con la vista d’una certa tal qual dovutagli scorta. Tali fondi ritenuti dai coloni porta il tenue affitto delli stessi. Le ripartizioni alle case rurali incombono al proprietario, ed il colono concorre soltanto col carro e con la sua man d’opera servile.

26.

Sistema misto di fitto a generi, e di partizione. Questo sistema è generale. E’ usato generalmente per questa qualità di colonie. Il fitto a generi è praticato pei prodotti del suolo, quello di partizione pei prodotti del vino e foglie gelsi.

27.

Sistema di economia e pratiche agrarie diverse. Il sistema d’economia è ristretto qui soltanto pei prati, e paludi di proprio uso, e pei boschi similmente.

La pratica in generale porta il lavoro a giornata, tanto pei bestiami che dai lavoratori. Tali giornalieri si trovano in paese. Coi giornalieri si va convenire, per il servizio coi buoi, se a due, non più di austriache lire 5.00 al giorno, se a quatro lire 6.50. Il solo bracente nell’estate lire 1.50, l’inverno lire 0.90.

Non è usanza di formare assegni annuali ai giornalieri. Vi è la consuetudine di prendere i bestiami da lavoro col bifolco. La corrisponsione è la sopraesposta, essendo a loro carico il mantenimento. La corrisponsione per arature, e simili, non si usa. Per la racolta del uva, vinatura, nulla si somministra avendo sufficienti esposizioni, come il capitale degl’arnassi vinarj, e loro conservazione. Per lo sfalcio dei fieni è fissato il compenso a giornata, come si ha

detto. Per la stagionatura è condotta similmente. Per il taglio e condotta del sternatico similmente. Per il taglio fascine, ed altri legna similmente. Altre consuetudini locali, toltone le suacenate non ve ne sono.

28.

Tabella del valor capitale del terreni in ordinaria contratatione per vendite

A moneta austriaca per ogni campo a misura friulana


aratorio arborato vitato austriache lire 137.00 51.00

aratorio nudo 82.32 27.44

prato in piano e colle 56.00 18.00

pascoli 14.40

paludo 48.00 16.00

Avertenza.


Non essendo in questo territorio censuario altre qualità di fondi, cessa il motivo di farne menzione.


Dall’ufficio della Delegazione censuaria di Coloredo di Montealbano, li 24 agosto 1826


Colloredo cavalier Ridolfo delegato

Colloredo conte Pier Antonio delegato

Canciani Giuseppe delegato

Modula A n. 7839.

Supletorio. Al Sistema de’ fitti a danaro.

Praticansi nel Comune i fitti a danaro. Non sono affitti di molte possessioni. Praticansi gli affitti parziali a danaro. Questi affitti comprendono i soli prati, pascoli e paludi. Questi affitti per quello che riguarda prati, e pascoli comunali si fanno all’asta pubblica, gli altri si fanno per lo più privatamente.


I primi sono cautati, ed i secondi d’incerta e difficile esazione. Non si somministrano per tali affitti scorte, né di bestiami né d’altro. Cessa quindi il motivo d’indicare il valore di tali scorte. Per gli affitti de’ privati l’affittuale ha il beneficio del ristoro accordato dalla legge.


Sui prati, pascoli e palude non gravitano né decime né quartesi. Li carichi reggi e comunali si pagano dal proprietario. Non vi sono fitti per irrigazione, tasse di acque, arginature. Per questi fitti non vi sono riparazioni ai casegiati, cade quindi anche la sucesiva domanda.

Nepure si pagano onoranze e regalie.


L’affitto che d’ordinario si corrisponde per ciascuna qualità di terreno, e per ogni campo locale corrispondente ai fondi buoni ed infimi è il seguente:


Fitto in contanteper ogni campo piccolodi Udine


Per le singole qualità parziali di terreni presi isolatamente cioè

prati lire 6 1.50

pascolo 3 1.00

palude da strame. 3 1.00


Sistema misto di fitto a generi a dannaro, e partizione.


Questo sistema è generale. La partizione di fitto a genere praticasi pei fondi arratorj ed arratorj vitati, quello a dannaro per i prati e la partizione per il sopra suolo, cioè le uve.


Questi affitti in generale comprendono possessioni, e materie complette. L’esazioni di tali fitti è incerta. Per tali fitti il proprietario soministra le scorte di bestiami da lavoro, attrezzi, sementi e foragi. Queste scorte ogni colonia composta da circa campi 25 ascendono ad austriache lire 900. Per queste scorte l’affittuale non paga né giovatico né altro, ma sono compresi nel fitto. Non si fa distinzione fra i bestiami da lavoro e quelli da frutto. I bestiami sono tutti del proprietario. Per questi affitti il conduttore ha il diritto del ristoro accordato dalla legge.


I quartesi per quello riguarda il prodotto del suolo, si paga dall’affittuale, per il sopra suolo corrispondesi per metà col proprietario. Non vi sono tasse per irrigazioni.

Lo spurgo dei fossi è a carico dell’affittuale.

Le riparazioni ai caseggiati rurali incombono al proprietario, il solo coperto di paglia è a carico dell’affituale soministrandosi per questo dal proprietario i legni.

Le condotte dei materiali incombono all’affituale, come pure lo spurgo delli scoli ed altro. Oltre il fitto a dannaro si pagano delle onoranze, o regalie, e queste si possono valutare a centesimi 20 ogni campo locale.


L’affitto a dannaro è per i prati, e per questo regono i detagli datti superiormente per tale sistema.

L’affitto, che d’ordinario si corrisponde in ragione di campo corrispondente ai fondi buoni, ed infimi, è il seguente:

Fitto a generi, a danaro, a partizione per ogni campo

Per i poderi, e masserie e colonie, con casa rurale, computato nella misura i fondi arratori ed arratori vitati ma ommessi i prati e pascoli frumento pesenali 5 1:1/2 vino alla metà

I prati e i pascoli non sono dati in pura scorta ma per questi si corrisponde l’affitto seguente, cioè

prati Lire 3.50 1.17

pascoli Lire 1.00

palude da strami Lire 3.00 1.00

Per le singole qualità prese isolatamente

arratorio nudo stara 1 pesenali 2

arratorio vitato stara 1 pesenali 2

vino alla metà

Valor capitale dei terreni rilevato dalla loro rendita

Moneta austriaca per ogni campo a misura friulana

Prezzi


Maggiore Minore

arratorio lire 200.00 77.00

aratorio nudo 140.00 55.00

prato in piano, e colle 56.00 19.00

pascolo 14.00

paludo 48.00 16.00


Avvertenze.


Ciò è quanto si può dire della qualità di questi terreni fitabili il di cui loro affitto annuo portato a dannaro dà norma del capitale, che alli medesimi viene attribuito col raguaglio del 100 di Capitale per ogni 5 di fruttato, col difalco di un quinto; ciò in mancanza assoluta di contratazioni, in questo Comune, di possessioni complessive, di poderi completi o parziali delle singole qualità dei terreni, isolati o compresi in questo territorio, e molto meno di quelli, che non sono qui sopra nominati, dei quali fu a suo luogo posto il prodotto.



Da questo nostro ufficio li 29 ottobre 1826.


Cavalier Ridolfo Colloredo

Pier Antonio Colloredo delegato

Canciano Giuseppe delegato.

Provincia del Friuli. Comune amministrativo di Colloredo di Mont’albano. Distretto di San Daniele. Comune Censuario di Mont’albano.

Nozioni Generali Territoriali del Comune Censuario di Colloredo.

Supletorio li 10 ottobre 1826.

Unita in quest’oggi la Delegazione Censuaria pel Comune dCensuario

di Colloredo, e sue frazioni di Colloredo con li Casali di Pradis, Lauzzana

con li Casali di Ols e Piscignano, Laibacco, Aveacco, Codugnella e Mels con

i suborghi di Entessano e Mellesons, instituite con processo verbale del

Regio Commissario Distrettuale, tenute in questo Comune li [spazio vuoto]

e composto dalli seguenti

di attiva di Colloredo cavalier conte Ridolfo di Colloredo conte Pietro Antonio

Canciano Giuseppe di Mels di reserva Peressi signor Natale di Lauzzana Durissotto Domenico di Ols Sabadini Pietro di Codugnella

ad oggetto di rettificare il già esposto nelle Nozioni Territoriali modello A n. 7839 e rassegnate al Regio Commissario Stimatore sino li 24 passato agosto, dove il primo Delegato Cavalier Ridolfo conte di Colloredo assieme pure al secondo conte Pietro Antonio di Colloredo, non persuasi dell’esposto per mancanze e diversità del fatto dal primo rilevate, e relative alli seguenti titoli, che col presente Supletorio dopo esami migliori fatti, e cognizioni loro procuratesi, il tutto fatto presente, e convenuta coll’intiera Delegazione, la quale pienamente concorde di parere sulla verità, intende rettificare nelli seguenti titoli:


Monete ossia valute. Nella contrattazione delle derrate, nelle derrate, nelle affittanze e simili, non si usa la sola valuta moneta austriaca, ma si usano tuttora le valute locali. Le valute principali locali è la Lira veneta, che si divide in 20 soldi.


La sua corrispondenza con la Lira austriaca è determinata dall’articolo 20 della Sovrana patente Primo novembre 1823, cioè 100 Lire austriache sono a venete Lire 169. 59/64, ossia 100 lire venete sono eguali ad austriache lire 58.85.


Misure lineari. La misura lineare di fabbrica si chiama passo, e si divide in cinque piedi, che constano di 12 pollici, altrimenti detti oncie, le quali pure suddividonsi in 12 linee chiamate da certe classi degli artieri oncette

(a). La sua corrispondenza con la misura metrica è:

Metri Passa Piedi fraz. Decimali 1 2 93694

ossia Metri Passa Piedi Onc. Frazioni 1 2 11 24,328

ovvero Passa 1 Metri 1.70,245


La misura lineare usata per misurare i terreni si chiama pertica, e si divide in piedi 6 eguali a quelli del passo sopraindicato. La sua corrispondenza col metro è:

Metri 1 come il passo

Pertica 1 Metri 2.04,294

Un quadrato di Piedi 173. 93/100 di lato forma la misura agraria di cui si dirà appresso.

(a) L’uso comune degli artieri è di dividere le once in quarti.

Misura agraria. E’ conosciuta, ma non è in uso la nuova pertica metrica censuaria. La misura agraria superficiale del paese si chiama campo. Si suddivide in quarti, e questi in tavole. 210 tavole fanno un quarto; quindi 840 pertiche quadrate, dette tavole, formano il campo. Corrisponde a pertiche censuarie 3.50,583483.

Misure varie. La legna grossa si contratta a passo longo piedi 5, ed alto

egualmente, la sua larghezza poi sive quella del legno è di piedi 2 alli 2 H

circa.

La legna minuta, di cui è scarsissimo il prodotto si contratta a fassine, e si acquistano al 100. Una fassina seca, ha il peso di n. 2 grosse venete. L’ulivo non è albero che resista a frutto in questo clima. Qui non si contrata di olio se non dagli abitanti che lo acquistano per proprio uso a libra la di cui capacità corrisponde a mezzo bocale del paese, ossia a some 0.06.190. Il peso di questa libra speciale di olio è di grosse venete n. 1 onze 3, ossiano metriche 0.59,6247.



Natura dei terreni. La natura dei terreni in queste frazioni territoriali è diversa: nel colle sghiaiosa-sabbionosa, nel piano sabbionosa-ghiaiosa con parte d’argila, diversificando anco in questo le qualità secondo le posizioni; nelle frazioni di Mels, Ols e poca parte di Colloredo e verso levante sono le migliori del territorio, e meno composte da sabbia e ghiaia, comeché abbondano di queste le altre terre del restante territorio, e di una quantità di sortumi.

Il metodo di coltivazione è uguale. Vi sono dei terreni che si lasciano per qualche tratto di tempo a riposo, e ciò procede per la poca superficie coltiva di quel fondo che non di rado somministra nepure da vicino l’utile alle fatiche.


Sistema di fitti a danaro. Praticansi in questo Comune i fitti a danaro. Non sono affitti di molte possessioni; praticansi gli affitti parziali a danaro, questi affitti comprendono i soli prati, pascoli e paludi; questi affitti per quello che riguarda prati e pascoli comunali si fanno all’asta pubblica, gli altri si fanno privatamente, in conseguenza li primi sono cautati, e li secondi d’incerta e dificile esazione. Non si soministrano per tali affitti scorte, né di bestiame né di altro, quindi cessa il motivo d’indicare il valore di tali scorte.


Per li affitti dei privati l’affittuale ha il beneficio del ristoro accordato dalla legge.


Sui prati, pascoli e palludi non gravita il quartese, né altre decime. Li reggi carichi, e pesi comunali si pagano dal proprietario. Non vi sono affitti per irrigazioni, tasse di acque, né per arginature od altro. Per questi affitti non vi sono riparazioni a casegiati, quindi cade anco la sucessiva domanda.


Non pagano onoranze, né regalie.

L’affitto che d’ordinario si corrisponde per ciascuna qualità di terreno, e per ogni campo locale corrispondente ai fondi buoni ed infimi è il seguente:

Fitto in contanti per ogni campo misura agraria di Udine

a moneta austriaca

Maggiore Minore

Per le singole qualità parziali di terreni presi isolatamente cioè

prato lire 9.00 2.30

pascolo 3.00 1.00

palude da strame. 4.60 1.50

Sistema misto di fitto a generi ed a danaro e a partizione. Questo sistema è generale. Si pratica il fitto a generi pei fondi arratori arborati vitati, quello a danaro pei prati, pascoli e paludi e la partizione per il soprasuolo, cioè le uve.

Questi affitti in generale comprendono possessioni, e affittanze quasi complete. L’esazioni di talli affitti è incerta; per tali affitti il proprietario soministra le scorte da bestiame da lavoro, attrezi rurali, e delle volte sementi e foraggi; queste scorte ogni colonia composta di campi circa 25 arratorj ed arborati vitati ascendono ad austriache lire 900 circa; per queste scorte l’affittuale non paga né frutto, né grandi lavori né altro, ma sono comprese nell’affitto. Non si fa distinzione fra i bestiami da lavoro e quelli da frutto, i bestiami sono tutti del proprietario, eceto di qualcun condutore che ha la scorta propria. Per questi affitti il condutore ha il diritto del ristoro accordato dalla legge.


I quartesi per quello riguarda il prodotto del suolo, si paga dall’affittuale, per il sopra suolo corrispondesi a metà col proprietario; non vi sono tasse per irrigazioni; lo spurgo dei fossi è a carico dell’affittuale; le riparazioni ai casegiati rurali incombono al proprietario, il solo coperto di paglia è a carico dell’affittuale, somministrandosi per questo dal proprietario i così detti legni grossi.


Le condotte dei materiali incombono all’affituale, come pure lo spurgo dei scoli od altro. Oltre il fitto a danaro e generi si pagano delle onoranze, e regalie, e queste si possono valutare a centesimi 20 per ogni campo locale.

L’affitto a danaro è per i prati, e per questo regono i detagli dati superiormente per tali sistemi; l’affitto che d’ordinario si corrisponde in ragione di ciascun campo corrispondente ai fondi buoni, ed infimi, è il seguente:

Fitto a generi, e a partizione per ogni campo

maggiore minore

Per li poderi, masserie o colonie, con casa rurale, computati nella misura i fondi arrativi ed arrativi arborati vitati ma omessi i prati e pascoli basato sopra il registro di uno degli attivi possidenti che in Tabella si unisce sub A (b)

frumento a misura d’udine pesenali 4.53

vino alla metà

I prati e i pascoli non sono dati in pura scolta ma per questi si corrisponde l’affitto a contanti che è il seguente risultato della suddetta tabella per ogni campo lire 4.05 Per le singole qualità poi prese isolatamente arratorio nudo formento stara 1:1 pesenali 2

arratorio arborato vitato formento stara 1:1 pesenali 2 vino alla metà


Note. (b) Includesi una tabella sub. A tratta dalli registri d’un odierna amministrazione in corso, di uno delli Maggiori Possidenti del Comune di campi 686.2.169, che prova l’esposto dell’affitto a generi dei campi arrativi, ed arrativi vitati; ed a danaro dei prati, pascoli e paludi presi complessivamente.

Sistema di economie e pratiche agrarie diverse. Il sistema di economia non si usa per le possessioni, e poderi completi di varie qualità di terreni, ma soltanto pegli apezzamenti isolati. Vi hanno però nel Comune poche famiglie piciole possidenti, che avendo beni proprj li lavorano con sussidio personale, ed avendo anche poca dotte di prati, formano questi così dette piciole affitanze economiche, miste di proprietarj e lavoratori.


Pochissimi, e da tre o quattro dei possidenti grossi e degli agiati di questo Comune tengono beni arratori, ed arratori arborati vitati in economia, perché le grandi spese superano sempre il prodotto del suolo, e quello del soprasuolo; regendo in questo Comune il vicino e verissimo proverbio, che più vero si rende viepiù ai giorni nostri. Vuoi tu godere una possessione? L’affitti. Vuoi tu godere un campo? Lavoralo da te stesso. Ed è vero perché se il coltivatore avesse a pagar con dinaro effetivo le fatiche tutte che costa fra noi il prodotto di un campo, in pochi anni venderebe il campo intiero. Questi pochi possidenti agiati, di cui si è detto qui sopra, fanno eseguire i lavori da bestiami presso i loro coloni, e col sussidio però di lavoratori braccianti che sono i coloni medesimi, le terre che tengono in così detta economia, contro una corrisponsizione giornaliera, che viene questa segnata a lor credito nelle loro respettive e vistose partite di debito che tengono verso i loro Padroni, formate e conflate per l’impotenza d’aver potuto pagare per l’adietro quell’affitto contratato e convenuto, e che in oggi non li è loro minimamente ribassato. Li giornalieri si trovano nel proprio paese, né vengono di forastieri.


(c) Il prezzo a giornata è stabilito per pratica, cioè col carro od arratro a quattro buoi almeno a giornata Lire 8.00. Il bracente se d’estate L. 1.25 se d’inverno L.1. Nel solo segare i fieni per una giornata da uomo lire 1.72.

Non sono i giornalieri salariati ad anno, non si concede quindi abitazione alli stessi. A qualche salariato sotto il nome di famiglio, che oltre il servigio che presta nella famiglia del vilico fa di bifolco, ed a questo oltre il vito il salario è secondo la età del servente, e sua capacità al maggiore lire 100.00 al minore lire 30.00.


Le spese che si dassero a bracenti ed a conduttori del bestiame a lavoro sono comprese nella mercede sudeta. Avendo indicato che il bestiame si prende a lavoro a giornata, e che al più come si è detto quatro buoi arrano per 1 campo e mezzo, risulta per l’arratura di un campo lire 5.32, l’erpicatura per ogni campo lire 1.15.


Altre consuetudini locali non ve ne sono.

(c) Note. Con questa indicazione s’intende di togliere l’esposto nelle

Nozioni precedenti a ciò relative.

Avvertenze.


Questa Delegazione Censuaria non è in grado di appoggiare a ragione fondata il prezzo di contrattazione dei terreni perché la maggior parte e quasi tutta del territorio è possessa dalle Ditte Colloredo, queste non hanno fatto vendite di fondi; perché quand’anche vi fosse seguita qualche contrattazione di compra o vendita l’esposizione del prezzo non dà norma o legge di giusto prezzo. Primo perché può essere prezzo d’affetto dato a quel bramato fondo di sedime o per comodità o per confine o per esser framezzato al proprio. Secondo perché il venditore forse indebitato colla Ditta acquirente, ed impossibilitato a supplire se non se colla cessione di quell’unico fondo che tiene, e che vende, la summa esposta nel contratto e di prezzo convenuto del fondo contrattato può essere quella che sia ben lontana dal vero prezzo; perché delle volte per viste private, e particolari, sucede che nelle compre e vendite vi si attribuisca prezzo e maggiore e minore a quel fondo che in realtà li si potrebbe compettere.

Se qualche compra o vendita poi fu verificata, si è dato il caso delle prime esposizioni ciò premesso porta forse all’approssimazione la nozione dei prezzi seguenti:


Valor capitale di terreni in ordinaria contrattazione per vendite.

Moneta austriaca

prezzi

Maggiore Minore

Nelle vendite complessive di molte possessioni e beni di varie qualità

con case coloniche, e dominicali, computati anche i pascoli e simili,

si ottengono in complesso per ogni campo di 840 pertiche lire

Nelle vendite ad uno ad uno de’ poderi completi colla casa colonica,

computati anche i pascoli e simili come sopra lire


Nelle vendite parziali delle singole qualitàdi terreni prese isolatamente, cioè


Moneta austriaca

prezzi

Maggiore Minore

Aratorio lire 160 55

Aratorio arborato vitato 300 77

Prato 154 37

Ortaglia (d)

Bosco ceduo forte nudo 100 53

Bosco ceduo misto nudo 76 40

Boschina forte unica 48

Boschina mista 56 21

Boschina dolce 56 21

Pascolo 48 16

Prato cespugliato misto

Pallude da strame 73 24

Zerbo

Ghiaia


Note (d). Non vi sono ortaglie di comercio quelle che sono unite alle case fanno parte del prezzo della casa medesima ne si contrattano disgiunte.

Cavalier Ridolfo Colloredo

Pietro Antonio Colloredo Delegato

Canciano Giuseppe Delegato

Peres Natale delegato

Domenico Durisoto delegato

Sabbadino Pietro delegato»



(1) Milano, Banca Commerciale Italiana, 1963.

(2) Eurigio Tonetti, Il fondo archivistico del Catasto austriaco nell’Archivio di Stato di Venezia, in Venezia nell’Ottocento, a cura di Massimo Costantini, in “Cheiron”, 12-13, 19891990, pp. 173-182.

(3) Cit. in Andrea Cafarelli, La terra avara. Assetti fondiari e forme di conduzione agraria nella Bassa Friulana (1866-1914), Istituto Veneto di Scienze, Lettere ed Arti, Venezia, 1999, p. 25.

(4) Sui rapporti tra amministrazione asburgica e classi dirigenti friulane: Eurigio Tonetti, Il Friuli nel Lombardo Veneto (1816-1848). Amministrazione cittadina e rappresentanza di ceto, in Lucia Stefanelli - Roberta Corbellini - Eurigio Tonetti, La provincia imperfetta. Il Friuli dal 1798 al 1848, Accademia di Scienze Lettere e Arti di Udine, Udine, 1992, pp. 171 e sgg.; Liliana Cargnelutti, Amministrazione asburgica e amministratori locali, in Francesco Micelli et al., Il Friuli provincia del Lombardo-Veneto. Territorio, Istituzioni, Società (1814-1848), Biblioteca Civica “V. Joppi”, Udine, 1998, pp. 143-251.

(5) Cafarelli, La terra avara, cit., pp. 23-24.

(6) Furio Bianco, Le terre in Friuli. La formazione dei paesaggi agrari in Friuli tra il XV e il XIX secolo, Astrea-Cierre, Mantova-Verona, 1994, p. 192.

(7) Gian Camillo Custoza, Colloredo una famiglia e un castello nella storia europea, Gaspari Editore, Udine, 2003, tavv. VII-VIII.

(8) Archivio di Stato di Venezia, Catasto austriaco, Atti preparatori, b. 252, Comune censuario di Colloredo di Montalbano.

(9) Soranzen e la Val di Canzoi nella prima metà dell’Ottocento dai documenti del Catasto austriaco, a cura di Eurigio Tonetti, Grafiche Trabella, Lentiai (Bl), 1993, p. 14.

(10)Giorgio Scarpa, L’agricoltura del Veneto nella prima metà del XIX secolo. L’utilizzazione del suolo, ILTE, Torino, 1963, pp. 39-40.

(11) Furio Bianco, Agricoltura e società rurale in Friuli nel primo ‘800, in 1815-1848. L’età della restaurazione in Friuli. Itinerari di ricerca, recupero di memorie, riproposta di fondi, Editreg, Trieste, 1998, pp. 161-176.

(12)Archivio di Stato di Venezia, Catasto austriaco, Estratti catastali, b. 1709. Come messo in risalto dalle interviste raccolte in Conti e Contadini a Colloredo di Monte Albano. Paesaggi e vita quotidiana nel Novecento, a cura di Francesco Micelli e Javier Grossutti, Comune di Colloredo di Monte Albano, Colloredo di Monte Albano, 2005, e dall’intervento di Javier Grossutti al presente Convegno di studi, tale situazione sarebbe rimasta grossomodo la medesima fino al secondo dopoguerra.

(13)Sulla gelsicoltura: Frediano Bof, Gelsi, bigattiere e filande in Friuli da metà Settecento a fine Ottocento, Forum, Udine, 2001.

(14)Giovanni Panjek, Coltura della vite e produzione del vino in Friuli nel periodo napoleonico e austriaco in Marco Breschi - Paolo Pecorari, Economia e popolazione in Friuli dalla caduta della Repubblica di Venezia alla fine della dominazione austriaca, Forum, Udine, 1998, p. 101.

(15)Sulle campagne friulane nella prima metà dell’800 cfr. ora i lavori d’insieme: Marcello Flores, 1797-1866. Dalla caduta della repubblica di Venezia all’Unità d’Italia in Il Friuli: Storia e Società, vol. I, collana diretta da Alberto Buvoli, Udine, Istituto Friulano per la Storia del Movimento di Liberazione, 1998, pp. 47-95; Luciana Morassi, Il Friuli, una provincia ai margini (1814-1914), in Storia d’Italia. Le regioni dall’Unità a oggi. Il Friuli - Venezia Giulia, a cura di Roberto Finzi, Claudio Magris e Giovanni Miccoli, Einaudi, Torino, 2002, pp. 94-115.

(16)Cfr. i due articoli apparsi su “L’amico del contadino” nel 1843 di Giuseppe Fabris e Giambattista Zecchini, su cui Bianco, Agricoltura e società rurale, cit., p. 165.

(17)Archivio di Stato di Venezia, Catasto austriaco, Atti preparatori, b. 252, ad vocem.

(18)Francesco Micelli, Topografie del Friuli. Descrizioni e progetti (1815-1848), in Id., Il Friuli provincia del Lombardo-Veneto, cit., p. 47.

(19)Francesco Micelli - Luciana Morassi, Per una «storia del territorio»: Artegna, in Istituto regionale per la storia del movimento di liberazione in Friuli-Venezia Giulia - Istituto friulano per la storia del movimento di liberazione, Storia regionale contemporanea. Guida alla ricerca, Editrice Grillo, Udine, p. 125.

(20)Giovanni Cosattini, L’emigrazione temporanea del Friuli, Regione autonoma Friuli-Venezia Giulia - Direzione generale del lavoro, assistenza sociale ed emigrazione, Trieste-Udine 1983 [rist. anast. dell’ed. G. Bertero e C., Roma, 1903, a cura di Francesco Micelli] p. 17.