Conti e contadini a Colloredo di Monte Albano
+ Introduzione
Francesco Micelli
PAESAGGI E VITA QUOTIDIANA
A COLLOREDO DI MONTE ALBANO
Ho letto e riletto sempre con grande interesse le tredici interviste che
l’Academie dal Friul ha trascritto da audiocassette incise nell’estate del 1997.
I problemi che originariamente mi sembrarono quelli soliti della storia orale
di volta in volta si sono dilatati e intrecciandosi tra di loro si sono straordinariamente
complicati. Alla fine conti e contadini, Colloredo e il suo castello
hanno offerto di sé molteplici immagini e storie che riproducono eloquentemente
il tumulto del XX secolo. Non è semplice mettere in relazione e
concordare i diversi piani sui quali si dispongono fatti, osservazioni e ricordi.
Le date di nascita dei protagonisti tuttavia aiutano un poco a mettere
ordine. Il gruppo degli informatori nati prima della grande guerra comprende
dunque Corinna Mucchino (classe 1905), Giovanni Taboga (classe 1907),
Elena Pasutto (classe 1909), Dante Taboga (classe 1911), Guglielmo Snaidero
(classe 1913), Teresina Spollero (classe 1915). A questi primi sei seguono altri
sei intervistati nati tra le due guerre: Luigi Desio (classe 1920), Severino
Pezzetta (classe 1921), Gianandrea Gloppero (classe 1921), Celestina Comino
(classe 1931), Enrico Botto (classe 1931), mentre l’unico testimone (indiretto)
del secondo dopoguerra è Carlo Zanini (classe 1951). Le storie che
questi personaggi propongono abbracciano l’intero secolo XX da angolature
molto diverse riavvicinando a noi quei rapporti tra contadini e conti che oggi
parrebbero talvolta di epoche remote, appartenere quasi ad altri mondi.
E’ questo forse il pregio maggiore della raccolta. Se la distribuzione della
proprietà terriera e il persistere di residui feudali restano al centro dei discorsi,
il cambiamento dei rapporti sociali e la questione del ritardato sviluppo
tendono a configurarsi nel caso specifico di Colloredo in forme alquanto particolari.
Le contraddizioni interne – il conflitto, per esempio, tra Lauzzana e
Castello – aumentano la già notevole “asincronia” della modernizzazione.
Intendo dire che a tutte le scale (Friuli, Colline moreniche, Comune stesso
di Colloredo di Monte Albano) e a ogni strato sociale (nobili, fattori, servitù,
coloni, contadini) il “cambiamento” si presenta disordinato e sfasato
per tempi, luoghi e modi realizzazione(1).
Come sia stata percepita la qualità di tempi che rapidamente mutavano
è la prima curiosità che queste interviste suscitano. Al loro interno le risposte
dei nati prima e dopo la grande guerra dovrebbero concorrere a giustificare
l’impressione del sicuro, ma discontinuo avanzare della modernizzazione. Immergersi nelle testimonianze raccolte dall’Accademie significa
soprattutto impostare problemi riconoscendo come la specificità e le particolarità
di questo comune siano fatti ancora da approfondire e non da
sommergere immediatamente in schematiche valutazioni.
Il secolo XX a Colloredo di Monte Albano secondo gli intervistati nati
prima della grande guerra
Le semplici deduzioni e le riflessioni elementari, che accompagnano la
rilettura delle interviste di coloro che furono testimoni già della prima guerra
mondiale, tendono a mantenere chiare e distinte le voci più lontane.
Questi informatori più anziani sono gli unici che possono restituirci l’altro
presente e permetterci di ricostruire l’altro paesaggio rurale come coloro
che l’hanno vissuto. La memoria individuale, nonostante gli agguati dei
luoghi comuni e il pericolo degli anacronismi, non perde mai del tutto il
senso di un’epoca e dei suoi drammi. Il rapporto tra fatti collettivi ed esperienza
individuale – in altre parole – può ricostruire momenti propriamente
storici che, pur vicini in senso cronologico, sono stati ormai rimossi e
rischiano di andare perduti, può spiegare il modo diverso di apprezzare
parti del territorio(2). La distanza tra quel passato e il presente è per certo molto
maggiore di quanto dicano le date e di quanto lascino intendere i segni
della vita tradizionale ancor vivi nel paesaggio. I gelsi, per esempio, sono
ancora presenti nelle campagne friulane, ma il loro valore è profondamente
mutato e il loro originale significato economico sfugge di certo alle generazioni
nuove. Insisto su questo punto per spiegare proprio da geografo
come palcoscenico e attori – paesaggi rurali, conti e contadini nel caso
specifico – siano di regola una sola cosa, come una immagine abbastanza
convincente di Colloredo debba comunque discendere da più punti di vista
e meditando le esperienze di vita di più generazioni.
Corinna Mucchino nel rispondere all’intervistatrice disegna un quadro
straordinario della Colloredo che precede la prima guerra mondiale. Prima
di elencare i problemi che il suo racconto lascia in sospeso, si deve ripercorrere
passo passo la sua descrizione. In primo piano compare una bambina
di dieci anni con una amica. Le due portano da mangiare alle madri
lavandaie, che con i due asini carichi della biancheria dei signori sono andate
sul Canale Ledra a Maiano. E’ la buona stagione: i nobili si fermano a
Colloredo solo dalla primavera all’autunno. Nel grande prato cintato e sbarrato
presso il castello le giovani signore giocano a tennis, i bambini del
borgo stanno a guardare, raccattano le palle e le restituiscono prontamente.
Le nobildonne del resto vivono separate dagli abitanti del luogo: sono tutte
belle agli occhi dei villani, portano vestiti lunghi, capelli raccolti. Nei pomeriggi
escono in passeggiata a piedi, a cavallo, in carrozza per incontrare altri
nobili nei paesi vicini, mentre i loro figli sono tenuti dalle governanti,
distanti dai coetanei. Nei giorni di messa il prete lascia qualcuno a guardia
sulla porta della chiesa per essere avvertito dell’arrivo dei padroni: il sacro
rito nella loro cappella senza di loro nei primi banchi non potrebbe iniziare!
Quando finalmente i nobili si presentano tutti gli affittuari devono togliersi
il cappello e riverirli. Nell’inverno in castello restano soltanto i fattori e
il padre della Corinna che continua a riparare merlature.
Elena Pasutto, moglie del fattore, racconta storie di bozzoli e della filanda
di Artegna, di occupazioni del castello (tedeschi, cosacchi, repubblichini,
quindi inglesi e americani), per toccare infine il contrasto tra la chiesa
parrocchiale di Luazzana e la chiesa dei conti a Colloredo, lasciando chiaramente
intendere come i “lauzzanari” fossero considerati “di seconda categoria”.
Anche Teresina Spollero rievoca la fatica dei bachi, la coltura del tabacco,
i bozzoli da conferire al setificio di Artegna e i cavoli da portare con il
carro al seminario di Castellerio, ma soprattutto sottolinea la durezza dei
rapporti con i padroni, che dai coloni “pretendevano tutto”. Suo padre che
teneva 25 campi circa in mezzadria, doveva non solo lasciare in conto affitto
i proventi dei bozzoli, ma mandare anche la figlia a lavare pavimenti e rifare
materassi in castello senza mai pretendere denaro.
E’ forse il caso di ricordare che 24 o 25 campi erano la misura del manso
medievale, che i lavori richiesti a Teresina erano ormai soperchierie, che le
contessine dovevano riconoscere per tali dal momento che giocavano a
tennis, lo sport borghese che Gabriele Luigi Pecile aveva patrocinato come
segno di emancipazione femminile, dal momento che le acque del Ledra nel
quale erano sciacquate le loro lenzuola erano state incanalate da liberali di
norma avversi ai privilegi di chi viveva affidando le campagne ai fattori(3).
Una coscienza ancora rassegnata accompagna sul finire del Novecento
le risposte delle donne qui interrogate, anche se non è un caso che Corinna
Mucchino approfitti – per così dire – della guerra per andarsene da
Colloredo con la sua famiglia.
Importante da altra angolatura è il conflitto con i “lauzzanari” perché
conferma la divisione tra chi abitava all’ombra del castello e chi viveva in
campagna, conferma cioè la contrapposizione tra la chiesa parrocchiale di
Lauzzana e la cappella nobiliare. Monsignor Giuseppe Vale ha illustrato
lo scontro ricordando tutte le secolari vertenze tra il parroco e i Colloredo
schierandosi apertamente dalla parte della comunità contro la prepotenza dei
castellani(4).
Le informazioni dei maschi nati prima del 1915 sono nella nostra silloge
diversamente interessanti. Le due guerre ritornano alla loro memoria
come qualsiasi calamità naturali. Il castello occupato prima dagli austriaci,
venti anni dopo da SS e cosacchi, quindi da inglesi e americani hanno
caratteri e durata di un lungo nubifragio. L’occhio perduto in guerra da
Guglielmo Snaidero o la ferita neppure precisata di Dante Taboga sono
rievocati come inevitabili incidenti di percorso, talvolta quasi come una fortuna:
“Da quella volta – dice lo Snaidero – non sono più stato richiamato
alle armi altrimenti avrei fatto la fine della mia compagnia che è andata in
Africa e non è più tornata”.
Le stesse considerazioni valgono per il fascismo a proposito del quale
i più vecchi informatori di Colloredo sembrerebbero non aver quasi nulla
da eccepire: un peso tra tanti da sopportare, del quale nel 1946 peraltro si
disfano volentieri votando tutti “in genere “a favore della repubblica. L’ovvietà
quasi di questa scelta è corollario di una oppressione sociale divenuta
tra le due guerre intollerabile: lo Snaidero ammette infatti che i coloni si
sentivano “come schiavi”, mentre Dante Taboga sottolinea la durezza di
“star sotto” ai Nievo.
Con la fine del secondo conflitto mondiale i tempi cambiano anche a
Colloredo: è l’emigrazione in Svizzera dal 1947 al 1960 che trasforma la vita
dello Snaidero. Non si tratta più di un’emigrazione come quella dei suoi
fratelli tra le due guerre, un’emigrazione che serviva alla fin fine per pagare
regolarmente l’affitto agli abitatori del castello, ma di un mutamento
radicale, della scelta di un lavoro del tutto staccato dal mondo rurale dove
del resto i fattori “che portavano via al colono e anche al padrone” diventavano
ormai più ricchi dei nobili stessi. In forme diverse Giovanni Taboga,
che pur vive entro i limiti del castello e delle sue dipendenze, trova un’altra
via di emancipazione. E’ abile falegname che lavora con i vecchi padroni
nel campo dell’antiquariato secondo regole nuove, a condizioni mai
proposte a un colono.
Resta da trattare la questione del clero. Le informazioni di Dante Taboga
sono difficili da capire e riordinare. Da un lato egli afferma che “soprattutto
qui a Colloredo” i preti avrebbero appoggiato il fascismo, dall’altro
aggiunge non senza ironia che “anche se erano contrari, i preti risultavano
a favore” per riferirci immediatamente dopo che “tutti i preti erano con i partigiani,
ma non quello di Caporiacco”. E’ probabile che tutte le asserzioni siano
vere, ma per scoprirne il nucleo di verità queste dovrebbero essere quantomeno
scandite nel tempo, distinguendo inoltre i cappellani di Colloredo
dai parroci di Lauzzana.
Gli intervistati nati prima della grande guerra vivono il cambiamento
sociale delle campagne friulane nei ritmi più lenti e nei ritardi che soprattutto
il borgo castellano accusa. Anche l’azione del clero a favore dei contadini
sembra emergere più tardi che altrove e merita di essere rivisitata nei
giudizi e nelle dichiarazioni dei più giovani informatori.
Il secolo XX a Colloredo di Monte Albano secondo gli intervistati nati
tra le due guerre
La diversità tra i racconti del primo gruppo di intervistati, quelli nati
prima del 1915, e quelli dei nati tra le due guerre è sorprendente. Una
coscienza diversa descrive i rapporti con i nobili anzitutto nel caso di Celestina
Comino e Iride Lorenzini. La seconda, cuoca e cameriera della contessa
Adele, che è – va sottolineato – insegnante di economia domestica, svolge
negli anni Sessanta un lavoro che prevede la chiara distinzione tra padrone
e servitù, ma anche un regolare stipendio.
Straordinario è poi il caso della Comino, che sempre nelle estati degli anni
Sessanta diventa cuoca e lavandaia dei castellani. Emigrata nel dopoguerra
in Svizzera per dieci anni, ha frequentato colà un corso di cucina e può
così insegnare alla padrona come si organizza un buffet …signorile. E’
sempre la Comino a raccontarci come il parroco, don Orfeo Domini, colui
che ha suggerito ai contadini di comprare le terre dei nobili, si rechi ogni giorno
al castello. Esistono abitudini che sopravvivono alla sostanza dei rapporti
sociali, che propongono un’apparente continuità con realtà decadute. Le
nuove cuoche sono altro dalle ragazze dei fittavoli, costrette a fregare pavimenti
e lavare biancheria senza reale compenso. Anche le visite del prete
hanno probabilmente un diverso significato, per capire il quale è utile la
lucida testimonianza di Luigi Desio, classe 1920. Quando esclama : “Per
fortuna c’è stata la liberazione!” non si riferisce meramente alla caduta del
fascismo, ma alla fine dei rapporti di umiliante servitù nei confronti dei
castellani. La liquidazione delle loro terre nella metà degli anni Cinquanta
sarebbe conseguenza della “sorpresa che nessuno li salutava più”.
A sentire Severino Pezzetta, classe 1921, il declino sarebbe invece
cominciato già dopo il 1914, quando i contadini non potevano stare in piazza
e dovevano portare il cappello e – “grande umiliazione” – baciare la
mano alle contesse. La ribellione secondo lui fu la fuga all’estero, in America,
Canada, Svizzera, Gran Bretagna, del secondo dopoguerra(5). La dissoluzione
della grande proprietà dopo i tentativi di recuperare altrove la manodopera
agricola si sarebbe consumata negli anni Sessanta. La guerra e l’internamento
in Germania sono citati incidentalmente e senza rancore per
nessuno come eventi naturali ai quali non si può sfuggire. Enrico Botto, classe
1931, ricorda come al cospetto dei signori si dovesse stare “con la testa
bassa”, segnala la condizione degli affittuari sempre preoccupati di venir
licenziati a San Martino e il lavoro gratuito che si doveva prestare in conto
affitto. “Riveriti fino alla morte” i nobili sarebbero vissuti tra camminate e
riposini, leggendo il giornale, bevendo il tè alle tre e mezza e “sbrigando
alcune loro faccende”. Gli affittuari dovevano pagare loro per i loro 25-30
campi un quintale e trenta di frumento, che di regola doveva essere acquistato
a Udine in Piazza XX Settembre, poiché erba medica e granoturco erano
le colture preferite per resa dai contadini. La liberazione dai vecchi vincoli
anche per il Botto fu l’emigrazione: le case coloniche svuotate sarebbero
state quindi riscattate con i risparmi ottenuti in Francia, Svizzera e
Germania. In verità – come accenna anche il Pezzetta – il Botto riconosce
il tentativo dei Ricardi di farsi imprenditori, di adibire seicento campi all’allevamento
di maiali e altro bestiame; riferisce però anche di investimenti dei
Nievo a Latina nell’area delle bonifiche(6).
Il cambiamento sociale riguarda dunque anche i castellani di cui in più
occasioni in queste stesse interviste si ammettono comportamenti diversi e
progressivamente più conformi ai tempi nuovi.
I tempi nuovi e il terremoto
Carlo Zanini, classe 1951, non parla di sé, ma soprattutto del suo nonno
materno, che accudiva serre (due delle quali stavano dove ora c’è il ristorante
“La Taverna”), orti e giardini dei Ricardi. Il suo punto di vista è chiaro,
quando afferma che “Dopo il terremoto anche le poche cose, che sono
rimaste, sono state portate via dal terremoto”. Intende dire che la storia dei
conti e contadini è finita, chiusa per sempre.
Gianandrea Gloppero, tra gli ultimi abitatori del castello, mentre non nega
l’intenzione del ritorno dopo il disastro del terremoto, commenta la chiusura
definitiva di un’epoca in questi termini: “I terreni li abbiamo venduti già molti
anni fa al tempo di mio padre, perché io sono ingegnere, non ho nessunissima
intenzione di coltivare la terra e se non la coltivo trovo che non sia giusto
averla”. L’elegante variante de “la terra a chi la lavora” non stona sulla
bocca del fondatore della brigata partigiana “Rosselli”, rende credibili gli
“ottimi” rapporti con la gente del luogo, spiega il salvataggio dei mobili d’arte
durante la guerra.
L’intervista che il Gloppero rilasciò è l’unica che provenga dalla parte
dei castellani. E’ importante perché dichiara con fermezza: “Per me Colloredo
è casa mia e basta. E tutti quelli che sono intorno , sono amici miei”.
Al di là del personaggio che anche nelle altre interviste è citato, riconosciuto
e apprezzato, merita attenzione questa sua volontà di stringere come un
nuovo patto con luoghi e persone. Il paesaggio rurale di Colloredo e le
figure che lo animavano non possono tornare, ma la memoria di tanta storia
e di tante ultime conquiste meriterebbero conservazione e ricostruzione
per continuare con il castello.
(1) Cfr. in proposito C. TULLIO ALTAN, Tradizione e modernizzazione. Proposte per un
programma di ricerca sulla realtà del Friuli, Udine 1981, specialmente p. 34. I riferimenti
a G. GERMANI, Sociologia della modernizzazione, Bari 1971 sono essenziali per questo
tipo di riflessioni.
(2) Cfr. N. REVELLI, Il mondo dei vinti. Testimonianza di vita contadina, Torino 1977,
p. LXXXI: ragionare sulle testimonianze dei contadini è necessario per approfondire la
“storia sociale”, per capire e distinguere comunità e relativi paesaggi.
(3) Cfr. in proposito G.L. PECILE, Ginnastica e giochi di sport nelle scuole e nel popolo, Udine
1892. Il riferimento al lawn tennis femminile deve porsi in relazione con i lasciti del
Pecile e le scuole di merletti sostenute da Cora di Brazzà a Fagagna. In proposito cfr.
M. MICHELUTTI, Maestri, scuole, istruzione, in C.G. MOR, (a cura di), Fagagna, uomini
e terra, Udine 1985, pp. 361-378.
(4) Cfr. p.e. F. MICELLI, La parrocchia di Lauzzana: geografia religiosa e storia della comunità,
in G. VALE, Lauzzana. Note storiche, a cura di A. Mucchino, Udine 1991, pp. 29-34.
(5) Cfr. ISTAT, Popolazione residente e presente nei Comuni. Censimenti dal 1861 al 1971,
Roma 1977, Tomo I, Pop. residente a Colloredo di Monte Albano 1951: 2.830; 1961:
2.482; 1971: 2.169. Pop. presente 1951: 2.504; 1961: 2.004; 1971: 1.981. Secondo ISTAT,
Primi risultati generali dei censimenti 4-5 novembre 1951, s. d. , nel 1951 a Colloredo i
temporaneamente all’estero erano 272, mentre gli addetti all’agricoltura 1.001. Secondo
ISTAT, Dati sommari per Comune. Censimento 15 ottobre 1961, Roma 1965, i temporaneamente
all’estero erano 419.
(6) Cfr. in proposito ISTAT, Censimento generale dell’agricoltura (15 aprile 1961), vol. II,
Provincia di Udine, Roma 1962, p. 50: Colloredo di Monte Albano aziende a conduzione
diretta 372 ha 1542; con salariati 9 ha 262, a colonia parziaria 6 ha 107.